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L’anello debole è l’Europa

La mattina presto le agenzie cominciano a battere le notizie sugli andamenti dei mercati asiatici che, a causa dei complicati movimenti di rotazione, rivoluzione e traslazione nel sistema solare, vedono il sole prima di noi e ci informano su quello che andrà a succedere. Allora, cosa dicono le agenzie? Che le cose vanno bene nelle Filippine perché si esporta molto olio di cocco e i giapponesi investono in un’altra fabbrica di semiconduttori? O che vanno male in Cina perché la produzione industriale cresce al 9% invece che al 15%? No, di questi tempi gli alti e bassi dei mercati nel continente del Sol Levante dipendono dalla … Grecia, la coda che muove il cane della crisi europea e che fa temere crolli dell’euro, caos nel sistema monetario internazionale, ondate di sfiducia, ricadute nella recessione e altri disastri assortiti. Ma talvolta, a sole sorto, i mercati europei e americani ritornano il favore, e prendono magari a ragione della caduta gli indici PMI (i giudizi dei direttori agli acquisti nelle aziende manifatturiere) della Cina.
Tutto fa parte della grande ragnatela, scrisse Marco Aurelio (prima dell’invenzione, appunto, del web). E, almeno per quanto riguarda quella sovrastruttura dell’economia che sono i mercati finanziari, questo “far parte” è più stretto che mai. É una sola melodia quella cui danzano i mercati. Ma, dietro questo tormentone che ipnotizza ormai da tempo gli operatori e che costringe i mercati in un “serpente” come quello che un tempo accomunava le monete europee, vi sono differenze più strutturali che emergeranno una volta la crisi finita? (sì, un giorno finirà; “ha sempre smesso”, disse Mark Twain a qualcuno che, dopo giorni e giorni di pioggia, chiedeva sconsolato se avrebbe mai cessato di piovere).
É ormai diventato quasi un luogo comune quello di puntare il dito sui Paesi emergenti che si avviano a occupare più della metà dell’economia mondiale e che così facendo spostano gli equilibri geopolitici e non solo economici. Ma questa visione ha un difetto: la sottende una nozione di “noi” e “loro”, quasi che la primazia fosse il frutto di una gara fra concorrenti che si guardano in cagnesco e che si curano solo di coltivare il proprio orticello. La verità è che la crescente importanza degli emergenti nell’economia mondiale si è accompagnata, fortunatamente, a una crescente integrazione fra le due parti del mondo. Siamo tutti nella stessa barca, quindi. L’integrazione non è così spinta come quella che copre la sovrastruttura finanziaria, ma è abbastanza penetrante da far sì che le crisi dell’una parte si riverberino facilmente sull’altra.
Detto questo, le prospettive di crescita per la parte occidentale del mondo (comprendendo in questa definizione pseudo-geografica anche il Giappone, che dopotutto è a occidente dell’America) non sono le stesse di quella della parte emergente, in Asia, America Latina e ora anche Africa. Questi ultimi Paesi hanno dalla loro parte riserve di capitale e lavoro cui attingere, tecnologie ancora da sfruttare, voglia di crescere e, in misura crescente, istituzioni e infrastrutture “amiche della crescita”. La parte occidentale è formata da economie mature, dove la crescita dipende essenzialmente dalla produttività e non dall’applicazione di dosi crescenti di capitale e lavoro. Ma ci sono differenze fra Europa, America e Giappone. E purtroppo non sono a favore dell’Europa.
Oggi l’Europa assomiglia a un cantiere dove i lavori sono stati sospesi. La crisi ha messo a nudo un problema fondamentale della costruzione europea. Un problema che in circostanze normali sarebbe stato risolto gradualmente nel tempo, scivolando lungo il piano inclinato delle riforme e portando le istituzioni comunitarie a un livello di sovranazionalità consono a un’area dove la messa in comune di uno dei pilastri più importanti – la moneta – non poteva che richiedere ulteriori passi avanti nella condivisione delle politiche di bilancio e delle politiche di regolazione del sistema finanziario. Ma la crisi ha improvvisamente dato un segnale forte: questi livelli di sovranazionalità da aggiungere alla moneta devono essere raggiunti qui e subito, pena il fallimento del grande progetto dell’euro. I governi, però – e in special modo quello tedesco – non sono pronti a fare questo passo in avanti, e il grande cantiere della costruzione europea assomiglia a un formicaio impazzito dove è venuto a mancare il senso operoso del lavoro comune.
L’America ha ancora voglia e capacità di crescere. L’economia dà segnali di indebolimento, ma i fondamentali della crescita – la capacità di innovare e la flessibilità d’impiego della forza lavoro – sono presenti, mentre la politica economica è più audace e capace di quella europea. Sfortunatamente, la crisi del Vecchio continente contagia, attraverso i canali della sfiducia trasmessi da mercati ipersensibili, anche il Nuovo. E il Giappone? Non ci si può attendere dal Giappone uno stimolo alla crescita mondiale, ma almeno le necessità della ricostruzione spingeranno la domanda interna e la fiducia delle famiglie è quasi tornata ai livelli pre-tsunami. Per il resto, i Paesi emersi possono contare su quelli emergenti. Nel complesso di questi ultimi i conti con l’estero stanno peggiorando, le importazioni crescono più delle esportazioni e i mercati di sbocco nell’altra metà del mondo portano qualche sollievo ai conti (e alla produzione e all’occupazione) nei Paesi di antica industrializzazione.

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