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Landini attacca “Confindustria vuole lo scontro”

RIMINI — «È stato simpatico e pure acuto quel lavoratore che ci ha detto, mentre discutevamo di smart working: da quando parlate in inglese ho perso diritti, pensione, tra poco un ufficio. Quando ricominciate a parlare in italiano, voi sindacalisti? ». Maurizio Landini fa ridere amaro. Ascolta, polemizza, rintuzza. Ci sono voluti 25 anni e una crisi epocale per vedere al Meeting di Rimini un altro segretario nazionale Cgil — dopo Sergio Cofferati che, anno 1995, Finanziaria da 32 mila miliardi, diceva parole che sembrano scritte oggi: «Più gli obiettivi sono ambiziosi, più il quadro politico deve essere stabile». Ma Cl è una terra così lontana e così vicina per Landini, emiliano, bagni familiari a Gabicce, ma toni barricaderi che non sterilizza nella kermesse storicamente vicina all’impresa e ai grandi gruppi. E da qui senza sconti lancia la sfida a viale dell’Astronomia: la battaglia per il rinnovo dei contratti.
«Si cercano soluzioni alla crisi? Le soluzioni si trovano innanzitutto rinnovandoli, i contratti. E invece è scandaloso che Confindustria abbia scelto la strada opposta». Il 7 settembre è fissato l’incontro a Roma, ma la strada è molto in salita. «Due esempi — spiega Landini — . Il primo caso, il contratto della Sanità privata: è scaduto da 12 anni, era già stata firmata la pre-intesa, le Regioni avevano dato la disponibilità, ma quando è stato il momento, ci si è tirati indietro. È uno scandalo, perché stiamo parlando di lavoratori di un settore che proprio oggi non si può dire sia in crisi; e che fino all’altro ieri abbiamo celebrato, con fiumi di retorica. Ma adesso si sono evidentemente scordati che erano eroi». L’altro caso, settore alimentare. «Confindustria ha posto un veto, è una cosa singolare: vorrebbero un contratto nazionale che non aumenta i salari dei lavoratori. Meglio dire che si vogliono cancellare i contratti nazionali. Così siamo tutti più chiari, e noi non siamo d’accordo», affonda.
Gli sconvolgimenti del mondo del lavoro indotti dalla pandemia inducono a riflessioni, «anche a ridisegnare però tutta l’architettura, ma senza aggravare precarizzazioni e fragilità». Così, durante il talk su “Lavoro impresa e solidarietà”, Landini replica con fermezza anche a un’imprenditrice. «Io non sono affatto d’accordo sull’idea che il tempo-lavoro ormai sia scomparso e che si debba ragionare solo per obiettivi. E anzi non capisco perché la possibilità o la necessità di operare da remoto debba comportare la cancellazione di conquiste. Abbiamo stabilito che se io lavoro di notte o di domenica, tu mi dai una maggiorazione o un’altra cosa? E perché, ora, dovrei perdere tutto se lo faccio da casa?». L’appello di Landini, condiviso dai toni non meno severi di Fausto Bertinotti (in streaming), è insomma «per un nuovo Statuto dei lavoratori che metta il lavoro al riparo dalle distorsioni della flessibilità, dalla precarietà, della deregulation».
Nel mondo costretto a cambiare, tuttavia, non è necessario che cambino un po’ anche i sindacati? «Certo, dobbiamo cambiare, ma i diritti fondamentali non si possono ridiscutere ». E forse non è un caso che il finale del Meeting, edizione assai più magra ma ricca di riflessioni, ponga l’accento su chi rischia di perdere futuro e garanzie. «La progettazione di un nuovo modello sociale — conclude — deve avere al centro la persona ed il lavoro come elemento di valorizzazione. E non il mercato, il profitto che lasciati da soli mi sembra abbiano già fatto abbastanza danni».

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