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L’analisi

«Avevamo delle regole », ha ricordato il presidente della Bce pensando al Patto di stabilità sui deficit. «Quelle regole sono state violate ed è venuta meno la credibilità». Così Draghi ha messo in guardia i governi dal voltare le spalle alla nuova disciplina di bilancio del Fiscal Compact. Ma un altro dilemma, inevitabilmente, è rimasto come sospeso a mezz’aria all’Eurotower: in Europa è possibile rispettare alcune regole a Roma o a Madrid, quando altre vengono disattese a Francoforte o a Berlino?
La nuova griglia di bilancio prevede che a partire dall’anno prossimo, poi sempre più in fretta dal 2016, i governi riducano il debito. È interesse dell’Italia. Lo è, almeno, se il risanamento libererà il Paese dall’obbligo pagare ogni anno circa 80 miliardi di euro in interessi sui titoli di Stato: un Paese del G7 così indebitato diventa una vacca da mungere per i cacciatori di rendite, creditori o banche che intermediano il debito. Ridurre quest’ultimo, nel linguaggio del premier Matteo Renzi, significa smettere di pagare per il passato.
Il paradosso è che proprio l’apparente rinuncia in Europa a far rispettare altre regole e obiettivi rischia di rendere impraticabile il Fiscal Compact. La Bce ieri ha segnalato che ridurrà i tassi d’interesse in giugno, ma sarebbe solo un primo passo preso ben nove mesi dopo che l’inflazione nella zona euro è crollata. L’obiettivo ufficiale dell’Eurotower sarebbe un ritmo annuo di aumento dei prezzi «inferiore ma vicino al 2%», eppure le stesse previsioni dello staff Bce indicano che sarà manca- to al ribasso per almeno quattro anni di fila: mai dal 2013 ad (almeno) il 2016 l’inflazione si avvicinerà al punto in cui la Bce dovrebbe tenerla. In cinque Paesi ad alto debito dell’area euro l’indice dei prezzi sta calando e anche l’Italia si avvicina pericolosamente a quel punto.
Quando questo succede, anziché ridursi, il debito sale rispetto alla dimensione dell’economia. Il carovita erode infatti il valore reale degli oneri, ma se questo è a zero l’effetto è opposto: il fatturato dell’economia stimato in euro ristagna, mentre il debito è spinto al rialzo dagli interessi promessi quando si pensava che l’inflazione sarebbe stata più alta. Così rispettare il Fiscal Compact sul debito diventa impossibile se la Bce non fa rispettare anche il suo obiettivo d’inflazione.
Si può criticare l’Eurotower per questo, ma c’è un fenomeno più profondo all’opera. Ieri Draghi lo ha ricordato: «La forza del tasso di cambio è una ragione di preoccupazione». In un anno la moneta unica si è rivalutata dell’8,6% sul dollaro e molto di più sullo yen. Ciò de- prime i prezzi all’import, produce deflazione in Europa e rende difficile limare il debito. Il problema è che un fattore che sospinge l’euro al rialzo è una violazione delle regole europee passata per lo più sotto silenzio: l’enorme surplus della Germania negli scambi di beni, servizi e partite finanziarie con l’estero. Le norme Ue sugli squilibri eccessivi prevedono che un Paese non debba mantenere un surplus di oltre il 6% del Pil per più di tre anni, ma Bruxelles stima che la Germania lo faccia viaggiare al 7% dal 2012 al 2015. È interesse dell’Italia che la Germania abbia successo: solo dal 2004 l’export del made in Italy verso la Germania è cresciuto di un terzo, molto più di quanto abbia fatto l’import. Ma il ritardo tedesco nei consumi e negli investimenti produce un surplus sul resto del mondo di 278 miliardi di euro, da solo l’85% di tutto il surplus dell’area euro. Ciò crea enormi flussi finanziari in entrata verso l’Europa e la costante rivalutazione della moneta, con il suo portato di deflazione e aumento dei debiti. Così la costante violazione tedesca delle norme Ue sugli squilibri strangola lentamente le economie del Sud Europa, qualunque siano i loro tentativi di riforma.
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