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L’amministratore dura un anno

L’amministratore di condominio resta in carica un anno. A seguito della riforma, la disciplina prevede ora che l’incarico «si intende rinnovato per eguale durata» (articolo 1129, comma 10, del Codice civile). La laconica previsione potrebbe indurre a concludere che si sia dinanzi a una generalizzata ipotesi di rinnovo tacito dell’incaricomma. In realtà, questa conclusione è da scartare.
Per un verso, anche in occasione del rinnovo dell’incarico l’amministratore è tenuto a comunicare i dati di cui al secondo comma dell’articolo 1129 del Codice civile (dati anagrafici e professionali, codice fiscale, sede legale e denominazione se si tratta di società, locale in cui sono tenuti i registri condominiali, orari in cui è possibile prenderne visione) e a «specificare analiticamente… l’importo dovuto a titolo di compenso per l’attività svolta» (articolo 1129, comma 14, del Codice civile). Adempimenti, questi, difficilmente conciliabili con un tacito rinnovo.
Per altro verso, l’amministratore è pur sempre obbligato a convocare l’assemblea in prossimità della scadenza del suo incarico affinché si determini in merito alla successiva gestione, tanto che «il ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea» per la nomina del nuovo amministratore configura un’espressa ipotesi di “grave irregolarità” (articolo 1129, comma 12, n. 1, del Codice civile) che legittima ciascun condomino ad agire per la revoca giudiziale.
A questo punto, è possibile ipotizzare quattro possibili esiti:
1) l’assemblea nomina un nuovo amministratore;
2) l’assemblea conferma l’amministratore uscente definendo espressamente – con modifiche, aggiornamenti e integrazioni – le condizioni del rapporto e dell’incarico;
3) l’assemblea conferma l’amministratore uscente senza alcuna determinazione in merito al rapporto e all’incarico;
4) l’assemblea, magari riconvocata (per scrupolo del professionista o perché gli sia stato richiesto dai condomini), non raggiunge i quorum richiesti per la sua costituzione e per l’adozione della deliberazione di nomina.
È possibile ritenere che solo nelle due ultime ipotesi operi il rinnovo dell’incarico, a giustificare il quale non è il semplice spirare del termine, ma la circostanza che l’assemblea non abbia voluto o potuto determinarsi su condizioni e termini della conferma o sulla nomina di un nuovo amministratore.
In altri termini, il rinnovo dell’incarico per eguale durata è ipotizzabile solo nell’ipotesi in cui un passaggio assembleare si sia consumato e si sia accertata la sua infruttuosità o l’assenza di determinazioni di segno diverso rispetto alla conferma del rapporto alle medesime condizioni.
Senza questo passaggio procedimentale, la scadenza del termine può determinare solo quella situazione, comunemente indicata, di prorogatio imperii a cui, con la riforma, fa ora espresso riferimento l’articolo 1129, comma 8, del Codice civile: «alla cessazione dell’incarico l’amministratore è tenuto… ad eseguire le attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto ad ulteriori compensi».
La nuova disciplina, dunque, non tollera manovre dilatorie o evasive da parte dell’amministratore in scadenza, prevedendo, in queste situazioni, precisi effetti: la stringente delimitazione dell’ambito di operatività dei poteri dell’amministratore in regime di prorogatio (solo «attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni») e il mancato riconoscimento di un ulteriore compenso costituiscono chiare indicazioni dirette a dare impulso all’iniziativa dell’amministratore in scadenza, tenuto a convocare l’assemblea per le necessarie determinazioni sulla successiva gestione.
La lettura qui proposta consente di trarre due conclusioni:
a) delinea con maggiore chiarezza la distinzione tra l’ipotesi del rinnovo dell’incarico (articolo 1129, comma 10, del Codice civile) e quella della prorogatio (articolo 1129, comma 8, del Codice civile), con le diverse e significative conseguenze sul piano dei poteri e del compenso riconosciuti all’amministratore;
b) induce a ritenere, anche alla luce del dato letterale della norma, che non vi siano ragioni per confinare la fattispecie del rinnovo solo alla prima scadenza dell’incarico (un anno più un “solo” ulteriore anno), con esclusione di ogni possibilità di rinnovo alle scadenze successive, come pure alcuni commentatori hanno ipotizzato; un tacito rinnovo, dunque, ben può riproporsi, alle condizioni prima richiamate, dopo ogni scadenza, non solo alla prima.

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