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L’America va, ma più tempo per il caro-tassi

La Federal Reserve «giudica di dover essere paziente nell’iniziare a normalizzare le condizioni della politica monetaria». Tradotte dal «federalese», le misteriose parole del comunicato di ieri del Fomc, il comitato dei governatori della Banca centrale Usa, significano che ancora per qualche mese i tassi d’interesse resteranno a zero. Poi, a partire da giugno, si comincerà a considerare concretamente un loro aumento. Con ogni probabilità nella seconda parte del 2015 vedremo i primi ritocchi all’insù dal dicembre del 2008 quando, in piena crisi finanziaria, il benchmark venne azzerato. Ma quasi certamente si tratterò di interventi simbolici. 
Per una vecchia volpe come Bill Gross (che ha parzialmente perso il pelo dopo essere stato costretto ad abbandonare la sua creatura, il fondo Pimco: ora gestisce Janus Capital) la ripresa dei tassi a breve ci sarà, ma sarà molto lenta: «Da qui al 2019 passeremo da zero a non più del 2%» ha detto in un’intervista televisiva. «I tassi a zero alterano il corretto funzionamento del capitalismo: bisogna intervenire. Ma l’economia è ancora fragile, non sopporterebbe interventi troppo consistenti». Gli operatori la pensano come lui: i già bassi rendimenti dei titoli del Tesoro a lungo termine, ieri sono ulteriormente calati (bond trentennale al 2,28%).
Janet Yellen si rende conto che il tempo della sua luna di miele sta scadendo. Ha dedicato il primo anno del mandato alla guida della Banca a chiudere la terza fase del quantitative easing. Completata in autunno la stagione delle immissioni di liquidità a sostegno dell’economia, ora arrivano le decisioni complicate: quelle sul costo del denaro. L’America non si è ancora completamente ripresa dalla Grande Recessione degli anni scorsi e per una «colomba» come la Yellen non è facile entrare nella logica del «giro di vite». Ma il miglioramento dell’economia è ormai così esteso da non offrire più appigli per un ulteriore rinvio della normalizzazione del costo del denaro.
Sprazzi di sereno perfino nell’Europa della stagnazione ostinata: dopo la Banca d’Italia che ha previsto una crescita superiore all’1%, ieri è stata la volta della Confindustria secondo la quale l’effetto combinato del petrolio a buon mercato, dell’indebolimento dell’euro, delle immissioni di liquidità della Bce e della ripresa del commercio mondiale, darà una spinta anche all’economia del nostro Paese che il Centro studi degli imprenditori valuta nell’ordine del 2,1% del Pil (cifra alla quale andrà poi aggiunto o sottratto l’impatto di numerosi fattori).
In America le cose vanno ancora meglio: Pil in forte crescita e disoccupazione in calo. L’unico dato preoccupante è quello dell’inflazione che rimane molto più bassa dell’obiettivo (2%) fissato. Ma ieri la Fed ha detto di ritenere che i prezzi presto torneranno a salire per effetto di salari prevedibilmente un po’ più alti e perché le quotazioni petrolifere prima o poi si riprenderanno.
È, dunque, ora di affrontare l’anomalia del «tasso zero». Ma lo si farà a piccoli passi e non subito. La Fed ha usato il termine «paziente». A dicembre la Yellen aveva spiegato che con quella parola i banchieri centrali intendono dire che non interverranno sui tassi almeno per le due successive riunioni. Dunque niente aumento del costo del denaro a marzo e aprile. Se ne parlerà a partire da giugno. Nel frattempo Yellen cercherà di costruire un ampio consenso. Pare abbia già cominciato: a differenza dei mesi scorsi quando c’erano sempre stati due o tre governatori dissenzienti, ieri il voto dei dieci membri è stato unanime.

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