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L’America non ricade in recessione

di Mario Platero

L'America non è in "double dip". Il pericolo di una recessione, che tutti temevano a cavallo di agosto, quando ci si trovò in uno dei momenti più difficili della crisi economica, è stato evitato: le stime di crescita per il terzo trimestre sono positive, si parla di un tasso del 2-2,5% e per il quarto trimestre si stima di nuovo un 2,5% e forse persino un 2,75% di aumento dell'output economico.

Se i dati reali attesi fra qualche settimana per il trimestre lo confermeranno, il pericolo recessivo è scampato, grazie a risultati, va detto, un po' anemici ma pur sempre utili a tenere l'economia ben al di sopra del livello di guardia. Ieri ad esempio si è avuta notizia di un aumento dello 0,2% della produzione industriale per settembre, un dato debole, ma un dato positivo e in linea con le aspettative.

Nei giorni e settimane scorse si è registrato un aumento di 100mila unità per i salariati dipendenti e un aumento del l'1,1% delle vendite al dettaglio per il mese di settembre. E il dato dei direttori acquisti? Sembrava precipitare sotto quota 50 (la linea di demarcazione tra recessione e crescita) lo scorso agosto, ma adesso viaggia attorno a quota 56. Nessuno di questi dati è recessivo e fatte le debite medie ponderate ed estrapolazioni si arriva alle proiezioni che smentiscono coloro che, Nouriel Roubini in testa, anticipavano una caduta recessiva a partire da subito.

Intendiamoci, questi non sono risultati che portano a una soluzione dei due problemi di fondo americani, la disoccupazione e la crisi finanziaria legata al settore immobiliare, con miliardi di dollari di mutui inesigibili. Perché l'America riprenda il suo ritmo economico e riesca a produrre tra i 400mila e i 500mila occupati al mese, come avrebbe dovuto fare già in questi mesi dopo i massicci stimoli monetari e fiscali, ci vorranno tassi di crescita superiori al 4% almeno per qualche trimestre consecutivo, ma questo per ora non è nelle carte.

Non sono neppure dati, quelli relativi al terzo trimestre, che rendono l'America invulnerabile dagli andamenti della crisi europea: «È inutile illudersi – dichiara l'analista economico Allen Sinai – se l'Europa non risolverà i suoi problemi sistemici e dovesse entrare in una brutta recessione allora ne risentiremo anche noi, magari già dal primo trimestre del 2012».

E l'andamento di Borsa di ieri, con perdite superiori al 2% per notizie incerte in arrivo dall'Europa, conferma quanto fragile sia il sentimento degli investitori a proposito. Le dichiarazioni prudenti del cancelliere tedesco Angela Merkel sui tempi possibili dell'accordo con Sarkozy, che doveva essere portato a Cannes, hanno pesato molto di più dei dati economici americani.

Per questo, oltre a debito e banche, la sfida della crescita deve restare al centro del dibattito economico nel contesto del G-20. L'attenzione per ora è soprattutto su debito sovrano e banche, sulle scadenze e sulle ipotesi di ristrutturazione del debito greco con l'obiettivo di creare un cordone sanitario attorno agli altri Paesi fragili, in particolare l'Italia e la Spagna. Ed è vero che il problema solvenza e liquidità è il più urgente. È anche sempre più chiaro, proprio dalla giornata di ieri, che la crisi delle tre C – credito, contagio e crescita – deve essere risolta tenendo conto di tutte e tre le sfide.

Si tratta di tre problemi separati, vero. Ciascuno richiederà un approccio diverso, vero. Ma sono problemi interdipendenti gli uni dagli altri. Il segretario al Tesoro americano Tim Geithner ha anche espresso ottimismo quando ha osservato che «quando i leader si muovono le cose si fanno».

Forse è soltanto questione di tempo, ma a Cannes il 3-4 novembre ci vorrà anche il pacchetto per la crescita. Chissà che il primo esempio non giunga dall'America: Barack Obama sta ridisegnando il suo pacchetto per il lavoro. Sarà ridimensionato sul fronte tasse e spesa. E forse i repubblicani questa volta glielo approveranno.

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