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L’America mette i film nel Pil, la ricerca nel calcolo della ricchezza

Quando, 36 anni fa, George Lucas diresse Guerre stellari sperava di confezionare un film di successo. Altri temevano un «flop». Nessuno immaginava che quella pellicola avrebbe generato una storia e una ricchezza infinite, alimentate per decenni da nuovi episodi cinematografici e televisivi, giocattoli, costumi, indumenti e videogiochi ispirati a Star Wars .

Per la contabilità dell’economia americana non sarebbe comunque cambiato nulla perché l’ufficio statistico federale non stima il valore dei film nel Pil, il reddito nazionale americano. O, meglio, non lo ha fatto fino a oggi. Ma ora si cambia: con quella che è considerata la più grossa revisione statistica degli ultimi decenni, da domani il Bureau of Economic Analysis, l’Istat Usa, includerà una stima del valore economico di film, programmi tv e varie forme d’arte nel reddito nazionale. E includerà anche le spese di ricerca e sviluppo (R&D) sostenute dalle imprese: fin qui contabilizzate come semplici spese di produzione, come l’elettricità o la mensa degli operai di una fabbrica, queste attività d’ora in poi passeranno sotto la colonna degli investimenti e quindi diventeranno Pil aggiuntivo.

Dal punto di vista numerico e della realtà fisica, non fa molta differenza. Benessere, stipendi, prezzi, potere d’acquisto dei cittadini restano gli stessi, anche se cambia il modo di misurare: «L’economia che hai davanti rimane la stessa, tanto se la misuri in chilogrammi o in libbre» minimizza il capoeconomista di Crédit Suisse, Neal Soss. In realtà anche i numeri cambiano, sia pure di poco. Domani verranno riclassificati tutti i dati a partire dal 1929: ci si aspetta una stima complessiva del Pil Usa, calcolato con i nuovi criteri, più alta di un po’ meno del 3 per cento (probabilmente del 2,7).

Ma il dato più importante è quello del cambio di mentalità: il tentativo di assegnare un valore economico alla creatività e ai fattori immateriali dell’economia. E’ un problema che gli economisti si pongono da anni. In Italia se ne è discusso soprattutto in termini di «economia della felicità»: dall’esclamazione dell’allora ministro del Tesoro Giulio Tremonti («il Pil non è tutto!») davanti a un reddito nazionale che si ostinava a non crescere come sperato, al lavoro di economisti italiani e dello stesso Istat guidato da Enrico Giovannini (ora divenuto ministro del Lavoro), sulla scia di quello fatto dal Nobel dell’Economia Joe Stiglitz negli Usa e della commissione voluta in Francia dall’allora presidente Sarkozy .

Ma pochi al mondo hanno messo in piedi una revisione contabile complessa come quella adottata dall’Amministrazione federale. La quale, più che di felicità e fantasia, si occupa di fatturato: quello in più che, si stima, arte e intrattenimento possono aggiungere all’economia. Chissà cosa accadrebbe in Italia se fosse introdotto un criterio simile. Certo, il nuovo meccanismo è più aderente a un’economia nella quale cresce il valore di prodotti immateriali, ma è molto delicato da gestire: «Non valutiamo le opere, misuriamo i possibili incassi» spiegano gli statistici che promettono oggettività assoluta nel valutare e, negli anni successivi, svalutare. Per capirci: un documentario, in quanto replicabile, ha un valore economico che tutta l’informazione giornalistica, bruciata nell’attualità e quindi non riproponibile, non ha. La serie tv di «Don Matteo» fa molto più Pil di «Che tempo che fa», con le interviste d’attualità di Fazio.

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