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«L’America è dei giovani» L’arrivederci di Obama

Dal suo quartiere di Chicago, dove persino la poltrona del barbiere abituale è diventata un pezzo da museo, Barack Obama pronuncia il suo ultimo discorso da presidente. Un bilancio combattivo e, nello stesso tempo, secondo le anticipazioni diffuse nella giornata di ieri, uno schema programmatico per il futuro del partito democratico. Tra le parole più ricorrenti: «speranza», «impegno», «giovani», «eguaglianza».

Il 20 gennaio il primo presidente afroamericano lascerà il posto a Donald Trump. Obama arriva al traguardo con un tasso di «approvazione popolare» pari al 58%, dietro solo a Bill Clinton (61%) e a Ronald Reagan (63%). Il miliardario newyorkese, invece, entra nello Studio Ovale, dopo aver preso complessivamente 2,2 milioni di voti meno di Hillary Clinton e al cospetto di una parte del Paese apertamente ostile. Obama, in prima battuta, si rivolge proprio a questi cittadini delusi, inquieti, depressi. La storia degli Stati Uniti d’America, dice, si sviluppa su orizzonti ampi: è un lungo cammino che offre sempre opportunità di miglioramenti, di cambiamenti, di «speranza», appunto.

Il presidente non rinuncia al confronto a distanza con Trump. Lo fa, però, appellandosi ai «valori» fondanti dell’America, non all’attualità politica. Insiste sulla «diversità» di origini, di fede, di opinioni: è questo che rende speciale la democrazia più forte del mondo. Concetti anticipati da Michelle Obama nel saluto alla Casa Bianca il 6 gennaio scorso. Non a caso: la first lady ha un picco di popolarità clamorosa: 72% di gradimento.

Poi arriva il momento dei dati, un bilancio di otto anni reso ancora più puntiglioso, quasi un contrappunto al fiume di «tweet» di «The Donald». Il lavoro, innanzitutto: 15 milioni di posti creati dal 2010; il Prodotto interno lordo che cresce al tasso del 3% (dato dell’ultimo trimestre); l’incremento dei salari medi e i progressi nella lotta alla povertà. Numeri che non sono bastati per confermare la leadership democratica. Segno che la ripresa non ha toccato nello stesso modo tutte le fasce sociali. Come dimostrano le statistiche: in diversi Stati, dalla Florida all’Ohio, dal Michigan al Wisconsin, il reddito medio del 2015 era ancora inferiore al livello pre crisi del 2008.

Il presidente non lo nasconde: c’è ancora molto da fare per ridurre le ineguaglianze, per distribuire meglio i benefici della crescita. Per mesi ha cercato di convincere gli americani che non ci fosse una persona migliore di Hillary per continuare l’opera. Invece si avvicina il momento della rottura, del cambiamento traumatico. L’effetto è frastornante per l’opinione pubblica. Nel pomeriggio apprende che Trump chiederà al Congresso di cancellare subito la riforma sanitaria, l’Obamacare. E ieri sera ascolta il presidente difendere con intatta convinzione un sistema che «ha consentito ad altri 20 milioni di americani di vivere tranquilli con una protezione assicurativa».

Le tv trasmettono le audizioni dei nuovi ministri: personaggi che sembrano vivere in un mondo diverso da quello descritto da Obama. La politica estera, argomenta il presidente, si è affidata alla diplomazia: non ci sono state altre guerre e circa 180 mila militari sono potuti tornare a casa dall’Iraq e dall’Afghanistan. Ma le intese con l’Iran e l’apertura a Cuba ora potrebbero essere rimesse in discussione. Il cambiamento climatico resta un’emergenza epocale, nonostante lo scetticismo diffuso nella squadra di Trump. Obama rivendica il successo dell’accordo internazionale di Parigi. Rafforzare l’educazione pubblica è una priorità, anche se la nuova amministrazione punterà sulle scuole private.

Il mandato di Obama termina fra nove giorni. Ma le sue non sembrano le parole di un uomo che si prepari a scomparire dalla sfera pubblica.

Giuseppe Sarcina

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