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L’America ha deciso, Trump avanti negli Stati chiave

Nella notte, lo scrutinio dei voti ha cominciato ad arrivare: Hillary Clinton si aggiudicava in rapida successione il Vermont, Massachusetts, Maryland, Rhode Island, District of Columbia. Donald Trump Indiana, Kentucky, West Virginia, Tennessee, Mississippi, South Carolina. Gli occhi restavano ansiosamente puntati sui grandi stati incerti: i due sfidanti apparivano testa a testa in Florida, North Carolina e Pennsylvania. Gli exit poll hanno fornito qualche indicazione incoraggiante per Clinton ma non definitiva: hanno votato più ispanici, meno bianchi e meno afroamericani: gli elettori di origine latinoamericana sono stati l’11% del totale contro il 7-8% del 2008 e 2012. Gli afroamericani sono scesi al 12% dal 12,5-13,4% precedente ma soprattutto potrebbe essere diminuita l’influenza degli elettori bianchi, il maggior bacino di consensi di Trump, pari al 70% rispetto al 73%-76%. Sette elettori su dieci hanno inoltre condannato il trattamento delle donne da parte del candidato repubblicano, poco più della metà quello delle e-mail da parte del portabandiera democratico.
Clinton aveva votato in mattinata a Chappaqua, la cittadina dei sobborghi newyorchesi dove risiede. E, mostrando sommessa fiducia, ha professato «umiltà» al cospetto delle urne e «speranza di vincere». Donald Trump, dopo aver imbucato tra le strette di mano la sua scheda presso la Scuola Pubblica N. 59 di Manhattan, ha invece parlato al canale televisivo Fox per promettere ancora sorprese: «Mi affermerò in molti stati». E ha denunciato come «sbagliati di proposito» i sondaggi che, giunti al D-Day elettorale, danno la rivale in vantaggio di percentuali tra 3 i 6 punti su scala nazionale. Con i sondaggi, anche i mercati hanno continuato a scommettere su una vittoria di Clinton spingendosi a urne ancora aperte in rialzo per la seconda seduta consecutiva.
Con i due protagonisti ieri hanno votato in tanti in America. Lunghe code ai seggi, da una costa all’altra del Paese, hanno dato conto di una partecipazione molto elevata per calare il sipario su una delle più combattute battaglie presidenziali della storia, segnata da toni aggressivi, scandali e colpi bassi. Un sipario calato senza incidenti, ma su una scelta tra candidati agli antipodi: tra Hillary Clinton, la democratica che ambisce a diventare la prima donna Commander in chief degli Stati Uniti, e Donald Trump, costruttore diventato politico e grande outsider per eccellenza. Segno di passioni e tensioni, alla vigilia avevano già votato con procedure anticipate in oltre 43 milioni, un record assoluto pari a un terzo dei 130 milioni di americani attesi alle urne. In alcuni stati cruciali, quali Florida e North Carolina, si era espressa quasi metà dell’elettorato, rispettivamente sei e tre milioni di votanti. E nella campagna, con un’accelerazione negli ultimi giorni, è stato riversato alle fine un miliardo di dollari dai candidati e da gruppi fiancheggiatori, con Clinton che ha iniettato direttamente 450 milioni, il doppio di Trump.
Trump è parso conscio della strada in salita verso la Casa Bianca: senza una vittoria in Florida o a sorpresa in Pennsylvania e in Michigan, difficilmente poteva ambire a conquistare i 270 Grandi Elettori necessari a entrare nello Studio Ovale. Uno stato in passato incerto quale il Nevada è parso ieri perso agli occhi degli stessi strateghi repubblicani, nonostante Trump abbia presentato ricorso in tribunale per voti irregolari. Clinton, con un successo anche solo in una delle grandi regioni in bilico, è parsa invece destinata a mettere al sicuro la propria elezione. Ieri sera partiva da una base ritenuta sicura di 213 Grandi elettori contro i 157 di Trump.
Con particolare attenzione venivano tenuti sotto osservazione i risultati anche di due stati dati per certi, uno per Trump e l’altro per Clinton, le cui dinamiche potevano essere rivelatrici di trend nazionali e dell’ampiezza del mandato dell’eventuale vincitore. In Georgia era prevista una vittoria repubblicana, ma un forte voto della comunità afroamericana, un terzo dell’elettorato, è di buon auspicio altrove per l’entusiasmo della base cercato dai democratici. Al contrario la Virginia, stato di Tim Kaine, il vice di Hillary, veniva data per democratica ma un margine ristretto grazie al voto di contee bianche e rurali poteva incoraggiare Trump.
Lo scontro per il controllo del Congresso è arrivato al traguardo altrettanto accesa. Se alla Camera, dove vengono eletti tutti e 435 i parlamentari, una conferma forse ridimensionata della maggioranza repubblicana appariva probabile nella notte, gli equilibri al Senato, che rinnova un terzo dei cento seggi, erano in gioco. I repubblicani dovevano difendere 24 seggi contro dieci dei democratici e al partito di Clinton basta strapparne quattro per ribaltare il dominio conservatore. Le corse più dure si sono dipanate tra Indiana, Illinois, Wisconsin, Pennsylvania, Florida, New Hampshire, Missouri e North Carolina. In Florida è stato fino all’ultimo incerto il seggio dell’ex candidato repubblicano alle primarie presidenziali Marco Rubio, poi rieletto; in New Hampshire quello della neo-senatrice Kelly Ayotte sfidata dal governatore Maggie Hassan. In Illinois il repubblicano Mark Kirk arrancava contro la democratica Tammy Duckworth, veterana dell’Iraq dove ha perso le gambe.
In un incidente, che potrebbe però non essere legato al voto, due persone sono morte nella contea di Los Angeles, dove un uomo ha aperto il fuoco presso un seggio elettorale ad Azusa.

Marco Valsania

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