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L’America cresce più del previsto

Scoppio di una bolla o nuovo boom, ancora presto per chiarire quale direzione sta prendendo l’economia americana (e di conseguenza quella mondiale). Certo, i timori dell’autorevole settimanale «Time» – che ha recentemente dipinto gli Stati Uniti come una nuvola multicolore pronta ad esplodere per gli 85 miliardi di dollari al mese iniettati dalla Federal Reserve attraverso il riacquisto dei titoli di Stati americani – ieri sono stati parzialmente attenuati. Il dipartimento del Commercio Usa ha infatti registrato una crescita del prodotto interno lordo del 2,5% nel secondo trimestre 2013 rispetto all’1,7%, stima di un mese fa. Dato migliore anche delle previsioni del consensus degli analisti che si attendevano un +2,2%. Ne hanno beneficiato i listini europei, anche se i guadagni alla fine della seduta non sono stati così entusiasmanti: Milano ha chiuso a più 0,97%, Parigi a più 0,65%, Francoforte +0,45%, Londra + 0,82% e l’indice Dow Jones sostanzialmente piatto a più 0,11%.
Positivo anche il dato relativo ai sussidi di disoccupazione scesi a 331mila ad agosto (ai minimi da cinque anni), anche se il tasso dei senza lavoro negli Stati Uniti è al 7,4% e resta lontano dai livelli pre-crisi (e dal 7%, obiettivo della Fed). Ad ogni modo la crescita oltre le attese del Pil se da un lato dimostra l’efficacia delle politiche di stimolo della Banca centrale guidata da Ben Bernanke, dall’altro alimenta sempre di più l’ipotesi che le iniezioni di liquidità nel sistema finanziario stiano per finire. L’attesa è per il prossimo 17 settembre quando il board della Federal Reserve composto da dodici governatori deciderà se l’era del quantitative easing debba progressivamente volgere al capolinea (con il cosiddetto tapering , cioè il taglio del programma di acquisto di treasury bond e obbligazioni immobiliari), ma è ovvio che prenda consistenza la tesi di un rialzo dei tassi di interesse interbancari, con il costo del denaro praticamente a zero dal 2008. Al netto delle decisioni che prenderà la Fed i numeri dicono che la produzione americana stia crescendo trainata dalle esportazioni (più 8,6% rispetto all’anno scorso) e dagli investimenti delle imprese (+9,9%).
L’affermazione che meglio descrive la situazione la fornisce Ted Wieseman, economista di Morgan Stanley, che parla di modello produttivo «straordinariamente resiliente», riferendosi alla capacità dell’economia Usa di non subire troppo le politiche di austerity decise dal governo per i tagli automatici alla spesa pubblica scattati a marzo scorso. Tuttavia rispetto ai primi tre mesi del 2013 si sono indeboliti i consumi, che rappresentano circa i due terzi della produzione aggregata, dato che segnala come la domanda domestica sia in realtà in contrazione, certificata anche dalle previsioni del trimestre corrente che parlano di un calo degli ordini di beni durevoli e di vendita delle case. Chissà se anche stavolta l’America smentirà le previsioni meno incoraggianti.

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