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L’America cresce più del 3%

L’economia americana è cresciuta del 3,1% nel terzo trimestre anziché del 2,7% come inizialmente stimato, un ritmo di crescita trainato dalle esportazioni e dalla spesa pubblica che potrebbe fare invidia a tutta l’Europa. Ma dietro alle apparenze si nasconde un quadro economico ancora debole e colmo di incertezze. Incertezze che stanno paralizzando le decisioni di investimento delle imprese, e che sono legate soprattutto al pericolo del fiscal cliff, il precipizio fiscale ultrarecessivo in cui piomberà l’America se il presidente Obama e i repubblicani a Washington non dovessero trovare un accordo sulla riduzione dei deficit entro fine anno.
Quell’accordo sembrava quasi a portata di mano due giorni fa, ma oggi appare di nuovo effimero. Nemmeno il cosiddetto Piano B, un piano parziale e unilaterale proposto dal caponegoziatore repubblicano John Boehner e sottoposto nella nottata al voto della Camera, ha probabilità di diventar legge data l’opposizione democratica in Senato e la minaccia di veto del presidente. In mancanza di un accordo, è ormai noto, il 3 gennaio entreranno in vigore aumenti di tutte le aliquote sui redditi personali e d’impresa, e 600 miliardi di dollari di tagli alla spesa pubblica, un cocktail deleterio che secondo i calcoli del Congressional Budget Office spingerebbe l’economia Usa in recessione il prossimo anno, con una crescita negativa dello 0,5 per cento.
L’America si sta chiedendo cosa sia successo negli ultimi due giorni, dato che fino a lunedì le parti parevano molto vicine al compromesso. Boehner aveva rotto l’impasse accettando per la prima volta un aumento delle aliquote sui redditi superiori al milione di dollari; Obama aveva rilanciato elevando da 250mila a 400mila dollari il livello di reddito oltre cui far scattare l’aumento delle aliquote. Complessivamente Boehner proponeva aumenti complessivi delle tasse per 1.000 miliardi di dollari nell’arco di 10 anni, Obama 1.200. Insomma un soffio.
Da quanto conclude il Wall Street Journal, invece, Boehner ha probabilmente realizzato che un tale compromesso non avrebbe ricevuto l’appoggio di un numero sufficiente di deputati repubblicani per passare alla Camera. Per paura di essere accusato di aver fatto naufragare i negoziati e causato quindi il salto dell’economia Usa nel precipizio fiscale, Boehner ha messo sul tavolo il Piano B, un piano che si limita ad evitare l’aumento delle aliquote per redditi sotto al milione di dollari, ma non risolve nessuna delle altre questioni sul tavolo delle trattative tra cui la riduzione della spesa sanitaria, l’indicizzazione delle pensioni, l’aumento dei contributi previdenziali, l’estensione dei sussidi alla disoccupazione, le tasse di successione e le tasse sui capital gains.
Appare ormai evidente che se la situazione non dovesse sbloccarsi, l’America non ha molte speranze di rivedere tassi di crescita del Pil nell’ordine del 3% per diversi trimestri. Il mix di tagli alla spesa e aumenti delle tasse impliciti nel fiscal cliff darà una mazzata recessiva a un’economia complessivamente ancor debole.
L’ultimo dato sulla crescita infatti rivela che l’economia Usa è stata trainata nel terzo trimestre da un aumento delle scorte e da un incremento del 9,5% della spesa pubblica. L’aumento delle scorte è presagio di una minor spesa per investimenti il prossimo anno, mentre la spesa pubblica è destinata a scendere sensibilmente con o senza un accordo sul fiscal cliff. Le esportazioni sono salite invece dell’1,9%, e le importazioni sono scese dello 0,6% grazie al calo dei prezzi del petrolio.
Completano il quadro negativo le previste conseguenze dell’uragano Sandy, che ha paralizzato New York e il New Jersey a fine ottobre, e l’aumento delle richieste di sussidi alla disoccupazione nel corso della settimana scorsa.

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