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L’America cresce meno, la Fed rinvia sui tassi

Janet Yellen non è più «paziente». Ma non sarà nemmeno frettolosa in materia di costo del denaro. Anzi, la decisione della Federal Reserve di cominciare ad aumentare i tassi d’interesse, azzerati ormai da oltre sei anni, che molti davano per certa a giugno, slitterà quasi certamente a settembre e, forse, ancora più in là. Anche al 2016, se si manifesteranno segnali importanti di rallentamento dell’economia Usa. 
Il desiderio della Fed di approfittare della forte ripresa congiunturale registrata dall’economia americana nell’ultimo anno per avviare una normalizzazione in materia del costo del denaro rimane. Ma i segnali delle ultime settimane non sono più così positivi: l’economia cresce ma meno del previsto, l’inflazione resta ostinatamente vicina allo zero, molto sotto il livello ottimale del 2%. A febbraio, poi, c’è stato un preoccupante crollo dell’attività nel settore delle costruzioni (meno 17%) anche se qui ha inciso il freddo record in gran parte degli Stati Uniti che ha portato al blocco di molti cantieri. Soprattutto c’è il superdollaro che preoccupa perché frenerà l’export Usa e quindi farà rallentare la produzione, mentre la forza del biglietto verde è destinata a pesare negativamente anche su altre economie emergenti, come ha avvertito l’altra sera anche il capo del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, durante il suo viaggio in India. La Lagarde ha evocato lo spettro di uno «choc» dei mercati in caso di aumento dei tassi Fed come quello che due anni fa seguì il preannuncio di un progressivo ridimensionamento dei sostegni monetari all’economia fatto dall’allora capo della Banca centrale, Ben Bernanke. Alla fine la Fed ha scelto di ridare, come previsto, maggiore flessibilità alle sue scelte, eliminando dai suoi comunicati l’aggettivo «paziente» al quale la stessa Yellen aveva dato il significato di una volontà dell’Istituto di non intervenire sol costo del denaro per almeno due riunioni del suo «direttorio». Senza più questo vincolo, la Fed adesso può, in teoria, alzare i tassi in ogni momento. In realtà da giugno, visto che ieri la Yellen ha esplicitamente definito «improbabile» un intervento nella riunione di aprile (a maggio non ci saranno vertici Fed). Ma tutto il resto del comunicato della Banca Centrale è zeppo di notazioni circa la necessità di attendere ulteriori miglioramenti del mercato del lavoro e un andamento un po’ sostenuto dell’inflazione prima di agire. Miglioramenti che per ora non sono in vista e, anzi, gli economisti dell’Istituto di emissione hanno abbassato dello 0,3 per cento le previsioni di crescita dell’economia Usa nel 2015: da una forbice del 2,6-3,0% a una del 2,3-2,7%.
Gli analisti hanno interpretato le parole del comunicato e le spiegazioni date dalla Yellen nella successiva conferenza stampa come una rassicurazione: il costo del denaro tornerà a salire, ma molto più tardi del previsto. La notizia è piaciuta alla Borsa di Wall Street: l’indice Dow Jones dopo l’annuncio si è impennato di oltre l’1 per cento (più 225 punti) tornando oltre quota 18 mila. Più debole, invece, il dollaro (meno 2,15% sull’euro) dopo un lungo periodo di rialzi. Ieri, alla vigilia delle decisioni Fed, il capo del fondo Bridgewater, Ray Dalio, aveva avvertito che, in caso di intervento sui tassi, i mercati avrebbero rischiato una frana rovinosa come quella che nel 1937 interruppe la ripresa del «New Deal» rooseveltiano. Non sarà stato certo l’allarme di un operatore del mercato a far cambiare rotta ai banchieri centrali. Ma c’è una notazione di Dalio che tutti tengono ben presente: se la Fed sbaglia avviando la stretta troppo presto, non avrà più molti margini per correggere l’errore perché ormai ha usato quasi tutte le armi del suo arsenale.

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