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L’America corre, ma Wall Street ha paura

Wall Street si prepara al rally di Natale o a chiudere l’anno dando l’addio al Toro? Analisti e gestori sono divisi nelle previsioni, ma prevale l’ansia sul futuro della Borsa americana dopo il tonfo del 7% circa registrato da luglio a settembre. Per la precisione: -7,6% per l’indice Dow Jones, -7,4% per il Nasdaq e -6,9% l’S&P500. Altro dato preoccupante: la metà delle 500 azioni dell’indice S&P ha perso oltre il 20% dai loro massimi dell’ultimo anno, sono cioè in zona Orso, mentre l’indice generale ha perso «solo» il 10% circa dal massimo storico di maggio.
Negativo
E’ stato il peggior trimestre dal 2011, quando Wall Street era stata scossa dalla crisi del debito pubblico di alcuni Paesi europei. Quattro anni fa dal 29 aprile al 3 ottobre l’indice S&P500 aveva perso il 19,4%, ma poi nell’ultimo trimestre c’era stato un rimbalzo del 16,8% che aveva riportato l’anno in positivo.
Il quarto trimestre in effetti ha storicamente offerto performance positive (+2,6% in media), nonostante alcuni dei più gravi crac di Borsa siano avvenuti in ottobre, come quello che nel 1929 diede il via alla grande Depressione e come il lunedì nero del 1987. Al contrario il terzo trimestre è sempre il peggiore, con un guadagno medio di solo l’1,2%, contro l’1,7% e il 2,1% del primo e secondo trimestre (dati dal 1928 al 2014).
I settori che hanno perso più quota da luglio a settembre sono stati quelli legati al petrolio (-18%) e alle materie prime (-17%) a causa del rallentamento della domanda mondiale e in particolare di quella cinese.
«Ma l’economia americana sta andando avanti a un passo decente, anche se in scarsa compagnia: è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre, sopra le stime iniziali del 2,3%», osserva Sam Stovall, stratega delle azioni Usa per S&P Capital IQ. E aggiunge: «L’occupazione continua a crescere e la domanda domestica si sta rafforzando, tutti dati che mostrano solide basi per la continuazione del trend positivo». Anche Jim Swanson, capo delle strategie di investimento di Mfs investment management, è fiducioso sul futuro della Borsa: lui tiene d’occhio una dozzina di indicatori economici e nessuno ha lanciato finora segnali d’allarme circa un’incombente recessione, dice.
Previsioni
Il target medio di fine anno per l’S&P500 è 2.177 punti fra i 21 strategist monitorati dalla società di ricerche Birinyi associates. Se la previsione si realizzasse significherebbe un rialzo di oltre il 13% rispetto a fine settembre e del 5,8% da inizio anno. Non male.
Eppure l’umore del mercato è molto cauto o addirittura negativo, secondo il «Sell side indicator» elaborato da BofA/Merrill Lynch, che calcola la media di quota azionaria in un portafoglio raccomandata dagli strategist di Wall Street. A fine settembre quella quota era del 53%, contro una media storica del 60-65%. «Questo livello per noi lancia un segnale d’acquisto: è quasi uguale a quello toccato quando la Borsa era ai minimi nel marzo 2009 — ha spiegato nel rapporto Savita Subramanian, strategist quantitativa e azionaria di BofA/Merrill Lynch —. Questo indicatore del consenso nelle raccomandazioni si è rivelato storicamente un affidabile segnale “contrario”: quando prevale l’ottimismo è ora di vendere, viceversa se prevale la prudenza è ora di comprare. Al livello attuale ci si può aspettare un rendimento totale del 18% nei prossimi 12 mesi, tenendo conto sia delle quotazioni (+16%) sia dei dividendi (+2%)».
Dai minimi del marzo 2009 la Borsa americana è risalita di oltre il 180%: un Toro che galoppa da 78 mesi, 20 mesi più della durata media delle precedenti fasi di rialzo, con una performance di oltre 20 punti percentuali superiore alla media. «Sono in ansia ma dubito che l’Orso sia in arrivo — commenta Jason Trennert, titolare della società di ricerca finanziaria Strategas partners —. Un motivo è che pochi finora hanno creduto nel Toro: i risparmiatori sono rimasti alla finestra. E anche fra gli investitori istituzionali è prevalsa l’idea che il Toro sia stato drogato dall’enorme liquidità fornita dalla banca centrale americana e dall’abilità dei manager delle società quotate di manipolare i profitti, con il riacquisto di azioni proprie che migliora il rapporto prezzo/utili».
Ma per Trennert i profitti sono stati reali, grazie alla capacità delle aziende di contenere il costo del lavoro e sfruttare il basso costo del denaro. E secondo lui altri motivi per mantenere un atteggiamento positivo verso le azioni nel lungo periodo sono la mancanza di alternative di investimento per i fondi pensione e le altre istituzioni che devono raggiungere certi rendimenti; le politiche monetarie globali ancora accomodanti; le aspettative inflazionistiche sotto controllo; e il crescente attivismo degli azionisti.

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