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«L’America corre, l’Europa fa da zavorra»

Le previsioni di crescita globale modesta, un tasso di disoccupazione alto e prolungato e l’arretramento del prodotto potenziale dovrebbero spingere i governi a fare di più e a usare tutte le leve della politica monetaria, fiscale e strutturale. A chiedere riforme forti e immediate, per stimolare la domanda e rilanciare la ripresa, questa volta è l’Ocse, che ieri ha presentato l’edizione 2014 del suo Economic Outlook. L’invito è rivolto a tutta l’eurozona, ma vale a maggior ragione per l’Italia, in recessione e appesantita da un debito pubblico in continuo aumento. 
Secondo il Rapporto, il Pil mondiale salirà del 3,3% nel 2014, accelerando al 3,7% nel 2015 e al 3,9% nel 2016. Un passo modesto se confrontato con gli anni prima della crisi. Nell’eurozona va peggio, con il Pil stimato in salita solo dello 0,8% nel 2014, dell’1,1% nel 2015 e del l’1,7% nel 2017, e l’inflazione ben lontana dal target della Bce vicino ma sotto il 2% (quest’anno dovrebbe attestarsi a +0,5%, poi salire l’anno prossimo allo 0,6% e a +1% nel 2016).
Ma lo scenario potrebbe peggiorare ancora. «Siamo lontani dall’essere sulla strada di una ripresa sana. Esistono rischi crescenti di stagnazione nell’area dell’euro che potrebbero avere un impatto nel resto del mondo, mentre il Giappone è già in recessione tecnica», ha avvertito il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria.
I problemi sono noti: mancanza di investimenti per sostenere la domanda, soprattutto in Germania, il Paese dell’eurozona che potrebbe spendere di più. Invece nel terzo trimestre gli investimenti sono scesi dello 0,9% e solo una piccola ripresa dei consumi (+0,7%) ha fatto risalire il Pil a +0,1% tra luglio e settembre.
Secondo L’Ocse, l’Italia tornerà a crescere entro metà 2015, che chiuderà a +0,2% per poi salire dell’1% nel 2016, grazie al sostegno della politica monetaria della Bce, che faciliterà il credito bancario e quindi gli investimenti. Ma sarà decisivo anche l’export (+2,7% nel 2015 e +4,6% nel 2016) favorito dalla flessione dell’euro, mentre continuerà a languire la domanda interna. L’inflazione si manterrà bassa, sarà pari a 0 nel 2015 e a +0,6% nel 2016. E resteranno a livelli inaccettabili sia il dato sulla disoccupazione, ancora al 12,1% nel 2016, che quello sul debito (133,5% sul Pil fra due anni).
Più pessimista è però lo scenario immaginato da Moody’s, che in un rapporto pubblicato ieri indica proprio l’Italia come «uno dei Paesi dell’eurozona più esposti» a un potenziale cambiamento nei flussi finanziari, nonostante la Bce, «dato un fabbisogno lordo di finanziamento del debito stimato a circa il 29% del Pil nel 2015». Gli altri Paesi a rischio sono Francia e Spagna.
Oltreoceano le cose vanno decisamente meglio, come dimostra la seconda lettura del Pil Usa nel terzo trimestre, rivisto in rialzo del 3,9% dal 3,5% precedente, grazie a un aumento dei consumi più forte. Il dato è migliore delle attese degli analisti, che scommettevano su un ridimensionamento a +3,3%, e arriva dopo il +4,6% del secondo trimestre. Così in mancanza di buone notizie dall’Europa è stata ancora una volta l’America a guidare i mercati, prima trascinati al rialzo dal dato sul Pil, poi in frenata dopo il calo della fiducia dei consumatori americani. Mentre continua la flessione dello spread tra Btp decennali e Bund tedeschi: ieri il differenziale ha chiuso a 139 punti, con un rendimento del 2,15%.

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