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L’America siamo noi. Al Party della Vittoria repubblicani in festa «Beccatevi Trump»

«Lady Gaga, beccati The Donald!», «Madonna vieni qua!». E poi quel grido ritmato, come un tamburo: Trump-Trump-Trump…

Lui se lo sentiva: il raduno elettorale si chiama Victory Party. Fuori si agita un gruppo rumorosissimo di «Neri per Trump». Dentro, gli invitati – tutti bianchi – non si scompongono: rappresentano un’etnia abituata a comandare, che stanotte si riprende l’America. Un grido accoglie l’annuncio che l’ennesimo Stato è finito nel carniere. Poi cala un silenzio elettrico, in attesa del capo.

I trumpisti sono carichi già dal pomeriggio. Odiano tutti: le banche, i partiti, Wall Street, le multinazionali comprese quelle americane, i giornali, le tv e ovviamente Hillary, effigiata in manette con la tuta arancione da prigioniero di Guantanamo. Arriva Rudolph Giuliani, gli gridano: «Portala tu in prigione!».

«Donald ha vinto e vogliono rubargli la vittoria!» urla una vecchietta con il cartello «Make America great again», dove la parola chiave è «again»: «di nuovo», o meglio «ancora». I fan di Trump non sono gli eversori dell’ordine costituito; sono i nostalgici dell’antico regime spazzato via dal mondo globale, dalla finanza selvaggia, dai fenomeni che hanno provocato questa reazione.

Sotto la Trump Tower sulla Quinta Strada attendono quattro gruppi. I fan, con la speranza di vederlo passare. I contestatori, con cartelli più volgari ancora di lui. I newyorkesi, con il telefonino per fotografare i personaggi pittoreschi. E i cameramen delle tv di tutto il mondo, fino a quando non arrivano camion carichi di sabbia a difendere la privacy del candidato.

The Donald abita qui, lui dice al sessantottesimo piano. Che non esiste; in realtà i piani sono 58; ma tanto non li conta nessuno. Trump è un bugiardo dichiarato, quindi sincero. In realtà si chiama Drumpf; il nonno tedesco si cambiò cognome ai tempi della Grande Guerra, inventandosi origini svedesi; e per anni Donald ha detto di essere svedese pure lui. E’ stato abortista e antiabortista, contrario ai matrimoni gay e favorevole ai matrimoni gay. E’ ogni cosa e il suo contrario; per questo piace ai veterani e ai miliardari, agli ebrei ultraortodossi suoi affittuari nel popolare Trump Village di Coney Island e ai condomini di questa Torre.

Per la notte elettorale ha dato appuntamento all’Hilton, 1335 Avenue of Americas, a pochi isolati da qui. Lui ci arriva con un gigantesco Suv nero dai vetri neri. Il «Party della Vittoria» è al terzo piano, nella Grand Ballroom East. Pilastri di granito verde, moquette azzurra, lampadario déco con tre anelli sfavillanti di luci, inservienti neri e ispanici. Il maxischermo sintonizzato sulla Fox che annuncia il sorpasso in Florida, ma non in Pennsylvania. «A Philadelphia Hillary prende il 99%, è una truffa!» prevede il tecnico delle luci, un signore con berrettino nero e bermuda a valorizzare i polpacci tatuati.

Tutto qui è Trump. Il vino, le bistecche, l’acqua. Ogni cosa si chiama come lui, nessuna è davvero sua: come le decine di palazzi sparsi nelle Americhe che hanno comprato il suo brand, perché «non si ha idea di quanta gente voglia vivere in un condominio intitolato a me». C’è anche un banchetto con i suoi libri: «Come diventare ricco», «Il tocco di re Mida», «Tempo di essere duri» e una ponderosa biografia della figlia prediletta, che ha compiuto 35 anni la settimana scorsa: «Ivanka. La carta segreta di Trump». Ivanka è qui dietro le quinte con il padre, si affaccia un attimo a salutare, altissima con il suo metro e 80 più i tacchi, accolta dal boato dei militanti che la adorano. Suo fratello Eric twitta la foto della scheda elettorale, il che sarebbe un reato.

La tensione sale. Applausi per i risultati a sorpresa dal Midwest, in particolare dal Michigan. Anziani in camicia bianca e cravatta nera si scambiano un cinque quando viene assegnata la North Carolina. Più dura in Nevada e Colorado, gli Stati a forte immigrazione latina. Tutti qui sanno benissimo che Trump non potrà mai costruire il muro lungo i tremila chilometri del confine con il Messico, così come non potrà mai impedire ai musulmani di entrare negli Stati Uniti. Ma sono felici di poterlo credere, almeno in questa storica notte che pareva impossibile e ricorderanno per sempre. «E’ fatta!» esulta il ragazzo che regge un cartello con il falso testamento di Washington: «Donald, va, e salva il mio Paese».

Il riferimento ai padri fondatori è continuo. Un’altra vecchietta regge il poster con il discorso di Lincoln a Gettysburg: «Ci impegniamo affinché il governo del popolo, dal popolo, per il popolo non abbia a perire sulla terra». La signora aggiunge di suo, sinistramente: «Fatevi piacere Trump. Rassegnatevi: vi tocca».

L’America da rendere ancora grande non deve assomigliare a quella affluente e superficiale degli Anni Novanta clintoniani, e neppure agli Ottanta reaganiani che videro i primi successi del Donald; ma all’America degli Anni Cinquanta, con i neri nei ghetti, gli italiani in cucina e i bei ragazzi wasp – bianchi anglosassoni protestanti – al college. Un’America a lungo dominante, passata all’opposizione con Obama, che stanotte si prende la rivincita.

Fuori dall’Hilton arrivano gli echi della festa. Militanti democratici increduli si aggirano come spettri. Molti maratoneti si sono fermati per godersi le elezioni e girano fieri nella notte con la medaglia al collo. Due volontari hanno il cofano dell’auto pieno di panini, si fermano a distribuirli ai senzatetto. Trump brinda con il suo vino. I trumpisti cantano a squarciagola l’inno nazionale. Chiudono con un grido: «L’America siamo noi».

Aldo Cazzullo

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