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L’amarezza di Benetton “Fin dal primo istante volevano l’esproprio”

TREVISO — «Non mi sorprendono gli interessati attacchi politici di persone senza qualità. Mi indigna la sistematica opera di demonizzazione del nome della nostra famiglia, promossa dai vertici dello Stato. Mai mi sarei aspettato certi termini e certi toni pubblici dal premier Conte e da alcuni suoi ministri». Al termine della lunga notte dell’accordo su Autostrade, vissuto «come il tentativo di un esproprio fin dal primo istante», Luciano Benetton si sfoga con i famigliari e i collaboratori più stretti. A 85 anni vede crollare il suo impero costruito assieme alla sorella Giuliana, ai fratelli Gilberto e Carlo, morti due anni fa. A chi gli è vicino in queste ore confida di essere «prostrato da una gravissima sofferenza personale, ma ancora deciso a combattere ». A preoccuparlo, più ancora del dossier Aspi-Atlantia, sono «le conseguenze umane, occupazionali e finanziarie di un accanimento istituzionale che i protagonisti della vita pubblica dovrebbero al contrario moderare». Anche ieri, come ogni giorno, il fondatore di un marchio che conserva 4700 negozi in tutto il mondo, 1200 dei quali gestiti direttamente, è rimasto alla sua scrivania a Villa Minelli. Come Giuliana e il figlio Alessandro, non ha partecipato direttamente al braccio di ferro sulla minacciata revoca della concessione, conseguenza del crollo del ponte Morandi che ha causato la morte di 43 persone. Nulla però, non una sola parola e una sola azione, sfugge a un imprenditore abituato a seguire ogni dettaglio del suo business in prima persona. «Ci stanno trattando — sbotta nel pomeriggio con chi lo incontra — peggio di una cameriera. Chi caccia una domestica da casa è obbligato a darle quindici giorni di preavviso. A noi, che per mezzo secolo abbiamo contribuito al boom economico dell’Italia, intimano di cedere i nostri beni entro una settimana. Non possiamo accettare di essere trattati come ladri, dopo aver distribuito tanta ricchezza e tanta cultura, non solo economica ». A «devastare tutta la famiglia », divisa tra Ponzano, Treviso e Cortina d’Ampezzo, non sono ora le prospettive di crollo anche del Gruppo tessile, che in otto anni ha accumulato 756 milioni di perdite e visto precipitare il fatturato da 2 miliardi e 1236 milioni. Il «colpo a tradimento », che minaccia di spaccare ancora di più una parentela ormai allargata ad oltre venti persone tra figli e nipoti, è «la demolizione del nome e del marchio Benetton, che la politica via social getta irresponsabilmente in pasto alla propaganda e al populismo». «Da un Di Battista qualsiasi — si sfoga Luciano — nessuno si aspetta prudenza e dignità: da un presidente del Consiglio e da una forza di governo come i Cinque Stelle, che guidano la seconda potenza esportatrice dell’Europa, le si pretende». Nessuno, in casa Benetton, nega oggi «i molti errori compiuti, a partire dalla fiducia totale riconosciuta ai manager scelti da Gilberto per permettere alla famiglia di fare solo l’azionista». La «grande prostrazione» deriva però dai «troppi opportunismi» delle ultime ore, dopo che «nessuno aveva più nulla in contrario a scen dere in minoranza in Atlantia e in Aspi». Perché allora, domandano figli di Luciano, Giuliana e Gilberto, «un simile immotivato accanimento contro di noi, che brucia valore senza preoccuparsi delle sue conseguenze? ». Con Gianni Mion, amico della prima ora, richiamato alla presidenza di Edizione dopo la morte di Gilberto «distrutto dalla tragedia del ponte Morandi», Luciano in serata si lascia andare anche ai ricordi. «Trent’anni fa — confida — all’aeroporto di Los Angeles un poliziotto mi riconobbe dal passaporto e mi chiese a bruciapelo quanti negozi avessi aperto quel giorno. A Montreal una signorina del check-in non voleva credere di trovarsi davanti Gilberto. Nel 2000 la direttrice del New Yorker ci invitò a pranzo nella sua casa di Manhattan per sapere cosa pensasse del mondo la famiglia Benetton, icona dello stile e del successo italiano. All’estero ci rispettano e non capiscono perché un grande gruppo privato, sconvolto da una tragedia che tocca alla magistratura chiarire, viene fatto a pezzi da uno Stato che ha sempre sostenuto, mentre il Paese affonda in una crisi senza precedenti». Dalla galassia Benetton dipendono oggi 7 mila persone. L’urgenza lasciata da Gilberto è «trovare un partner prima che sia troppo tardi». L’incubo adesso è fare la fine di Stefanel, o dei Marzotto, altre grandi famiglie Venete e altri marchi globali incapaci di sopravvivere a successioni, interessi bancari, crolli azionari e concorrenza delle multinazionali. Per questo Luciano si guarda bene dal chiedere «assoluzioni sommarie» per il ponte Morandi, che definisce «la più grande tragedia della mia vita». Non riesce invece ad accettare «di essere insultato come uomo e come imprenditore» che al tramonto della propria esistenza «è costretto ad assistere al disfacimento di ciò che ha costruito», partendo dal bagagliaio di un’utilitaria pieno di maglioni colorati venduti per strada. «Ad affrontare certi problemi — ammette infine — non ero preparato».
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