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L’aliquota al 26% punisce le imprese più indebitate

Le nuove modalità di tassazione dei redditi di capitale, in vigore dal 1° luglio 2014, riguardano, tra gli altri, gli interessi e i dividendi che fino alla data del 30 giugno erano tassati con aliquota del 20 per cento. Gli interessi derivanti da titoli di Stato, già tassati al 12,5%, non sono interessati dalle novità. L’elenco delle categorie di interessi nei confronti dei quali la tassazione resta immutata è riepilogato nella circolare 19/E. Si tratta, tra gli altri, di obbligazioni emesse da Stati white list, project bond, titoli di risparmio per l’economia meridionale. Per le ultime due tipologie di titoli scatta l’incremento al 26% nel caso in cui vengano effettuate operazioni diverse dalla mera percezione degli interessi (riporto, Pct, eccetera). Con le novità introdotte dal Dl 66/2014 e dal Dl 91/2014, il sistema di tassazione dei predetti redditi è stato parzialmente “ridisegnato”.
All’incremento generalizzato della tassazione dal 20% al 26% hanno fatto da parziale contrappeso: a) la diminuzione dell’aliquota (dal 20% al 12,5%) applicabile agli interessi maturati su titoli di debito emessi da enti territoriali appartenenti a Stati white list,; b) la modifica (in melius) del regime fiscale applicabile agli interessi dovuti in relazione a obbligazioni emesse da soggetti diversi dai “grandi emittenti”. Sebbene l’incremento della tassazione riguardi prevalentemente i redditi di capitale percepiti da persone fisiche, il maggior carico fiscale potrebbe avere effetti indiretti sia sul costo di raccolta del capitale a carico delle imprese, sia sulle politiche di distribuzione dei dividendi. Si pensi al caso di obbligazioni che prevedono il pagamento di un tasso di interesse fisso del 5 per cento. Con la vecchia aliquota del 20%, il tasso di interesse netto percepito dall’investitore scendeva al 4 per cento. Con le nuove aliquote, che si applicano anche ai titoli obbligazionari già emessi prima del 30 giugno, il rendimento netto scenderà dal 4% al 3,7 per cento. Una volta che tali titoli verranno rimborsati e la società collocherà sul mercato nuovi bond, al fine di garantire un rendimento netto del 4%, sarà necessario fissare il tasso lordo di interesse a un tasso di poco superiore al 5,4%, con un incremento del costo sostenuto dall’impresa pari allo 0,4 per cento. A ciò si deve aggiungere la considerazione che per la maggior parte dei soggetti passivi Ires, secondo l’articolo 96 del Tuir, gli interessi passivi sono deducibili fino a concorrenza degli interessi attivi. La quota eccedente può essere dedotta nei limiti del 30% del risultato operativo lordo, fatto salvo il riporto della quota non deducibile agli esercizi successivi. L’applicazione della nuova aliquota del 26%, unita a una situazione reddituale poco florida, potrebbe così penalizzare le società maggiormente indebitate sia da un punto di vista economico che fiscale.
Fatti salvi gli effetti dell’Ace (che favorisce la capitalizzazione delle imprese), anche il ricorso al capitale proprio, quale fonte di finanziamento, subisce una penalizzazione fiscale dalle nuove modalità di tassazione dei dividendi. Il medesimo esempio fatto per le obbligazioni, dove per garantire un rendimento netto del 4% bisogna incrementare di 40 punti base il rendimento dei titoli, vale anche per i dividendi. Al fine di garantire ai soci non qualificati un rendimento netto del 4%, bisogna distribuire una maggiore quota dell’utile prodotto (40 punti base) sottraendo così risorse che potevano essere altrimenti impegnate per l’attività d’impresa. I soggetti che verranno colpiti dalla nuova tassazione non sono pertanto unicamente i rentier, ma anche gli imprenditori, costretti a sopportare maggiori costi di raccolta del capitale e/o a sottrarre maggiori risorse dal patrimonio della società per remunerare in maniera adeguata gli azionisti.

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