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L’aiuto Ue al Santander e le condizioni per l’Italia

Che l’Europa in cui si discute il futuro di Veneto Banca e della Banca popolare di Vicenza non sia un luogo per vasi di coccio, lo si visto il martedì 31 maggio verso l’ora di pranzo. In quel momento un dispaccio della Reuters da Bruxelles piomba sulle scrivanie come un meteorite rovente: fonti anonime avvertono che le autorità della Ue potrebbero «mettere in risoluzione» il Banco Popular di Madrid. Significa staccare la spina all’istituto, azzerare il capitale, imporre perdite agli obbligazionisti di ogni tipo e verosimilmente anche ai depositanti oltre i 100 mila euro. Quasi di certo la notizia veniva dall’autorità competente per queste operazioni: il Consiglio unico di risoluzione di Bruxelles, guidato dalla tedesca Elke König. Il monito viene attribuito a lei.

Naturalmente Banco Popular era già in crisi e un fallimento sembrava possibile. Ma a quel punto mandare avvertimenti del genere da Bruxelles significa spingere ancora di più i risparmiatori a togliere i risparmi dalla banca, alimentare il panico e così accelerare il crollo. È esattamente quanto è successo: nei giorni seguenti il Banco Popular arriva a perdere due miliardi al giorno, fino a quando verrà dichiarato «risolto» dalle autorità europee per mancanza di liquidità.

Ora, immaginiamo che questi non siano Paesi europei ma Stati federali americani. Esiste in effetti un’autorità centrale, a Washington e non solo a Bruxelles, con il potere di chiudere una banca e imporre perdite ai creditori e ai depositanti. Ma non minaccia mai in anticipo e pubblicamente di farlo, proprio per non precipitare la corsa agli sportelli e il cedimento. Accanto a un’agenzia con questi poteri si presume debba esistere anche un’assicurazione complessiva di Washington sui depositi dei singoli Stati, per garantire che gli interventi dell’autorità centrale in un istituto non inneschino un panico generalizzato. Negli Stati Uniti infatti c’è, ma immaginiamo non ci sia: i singoli Stati dovrebbero subire l’intervento dalla capitale federale, cercando di rassicurare i risparmiatori con le proprie limitate risorse. L’Alabama o il Missouri accetterebbero?

Forse no, ma è quanto accade in zona euro. Non stupisce che l’area sia percorsa da tante tensioni. Noti economisti internazionali, meno indipendenti da chi può premiare e promuovere di quanto sembri, definiscono l’episodio del Banco Popular un successo dell’Unione bancaria europea. La penseranno diversamente le famiglie spagnole detentrici dei bond più a rischio del Popular. A loro da Bruxelles sono state imposte perdite per ridurre i debiti della banca, un colpo di falce comprensibile se fosse servito a limitare il peso di un salvataggio con denaro dei contribuenti. Qui però l’intervento è di un’altra banca, la più grande di Spagna. Santander si è comprata Banco Popular per un euro, in un boccone. Dunque il sacrificio imposto dall’autorità europea ai piccoli risparmiatori del Popular trasferisce risorse da loro verso Ana Botin e gli altri azionisti del Santander. Ma così l’Unione bancaria ha dimostrato che esiste e che ha denti affilati, dopo anni che gli italiani cercano di ammorbidirne le regole: Bruxelles parla alla suocera, perché nuora intenda.

Palesemente, non è un’Europa romantica. È un’Europa di vasi di ferro e di rapporti di potere mitigati dalla legge, mai completamente riequilibrati da essa.

È la sola Europa che esiste, quindi va gelosamente custodita per lavorare al suo interno. Ma i suoi protagonisti non sono diventati tali perché amino agire con generosità. Emmanuel Macron, il neo-presidente francese, dice che la sua fedeltà non va a una parte politica, ma alla Francia. Può essere una dichiarazione di valori; può anche essere il modo di Macron per dire che non si sente legato da lealtà personali e interessi altrui, perché il fine giustifica i mezzi.

Quanto a Angela Merkel, la leadership europea della cancelliera è da sempre basata su un principio di fondo: concedere il minimo indispensabile perché non salti tutto, e farlo il più tardi possibile anche a costo di lasciar sprofondare un Paese in difficoltà.

Questi due protagonisti nei prossimi mesi discuteranno di come rafforzare l’euro. Macron chiederà un bilancio per investimenti futuri comuni e non — comprensibilmente — la messa in comune dei debiti passati che sognano alcuni in Italia.

Chiederà anche l’assicurazione sui depositi. Merkel replicherà che allora servono anche procedure di ristrutturazione automatica (leggi: default) per i governi che hanno bisogno di aiuto. Sarebbe l’equivalente per il debito pubblico delle norme sulle banche che già creano tanta tensione nel sistema. E solo allora si capirà di che materiale è fatto davvero il terzo vaso. Quello chiamato Italia.

Federico Fubini

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