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L’agenda per la crescita

Negli Emirati Arabi Uniti le imposte sulle imprese valgono il 14,9% dei profitti, in Italia il 68,3%, quasi cinque volte tanto. I dati del rapporto 2013 di PriceWaterhouseCoopers, Banca Mondiale e Ifc arrivano subito dopo il viaggio di Mario Monti nei paesi arabi, coincidenza fortunata perché la classifica mondiale degli oneri fiscali sulle imprese, che ancora una volta ci vede tra gli ultimi della classe, con qualche ora di anticipo nella diffusione avrebbe certo suscitato qualche domanda scomoda in più.
Ai primi tre posti tra i paesi più benevoli verso le imprese troviamo infatti proprio Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita mentre l’Italia galleggia in 131esima posizione, appena due gradini più in alto rispetto alla rilevazione precedente, a pari merito con la non brillantissima Indonesia.
Ma il problema in realtà non è il mondo arabo, piuttosto l’Europa, dove c’è una competizione diretta tra paesi sviluppati proprio per attrarre investimenti esteri.
E qui siamo decisamente ultimi, avvicinati tra i “big” soltanto dalla Francia, mentre in Germania il tasso pagato sui profitti scende al 46,8%, oltre 20 punti in meno rispetto all’Italia, e nel Regno Unito crolla addirittura a quota 35,5%. La differenza è data soprattutto dagli oneri e i contributi che gravano sul lavoro, inclusa l’Irap: a Berlino valgono il 21,9%, da noi esattamente il doppio.
Se prendiamo come parametro la media dei paesi europei troviamo differenze rilevanti su tutti i parametri analizzati dallo studio Paying Taxes 2013, indicatori combinati che appunto ci posizionano al 131esimo posto nella classifica globale che prende in esame 185 economie.
Così, il tempo necessario per gestire le pratiche tributarie da noi è pari a 269 ore all’anno, quasi 100 in più rispetto all’Europa; i pagamenti annui sono 15, due in più rispetto alla media; il total tax rate in Italia (imposte sui redditi delle società, contributi previdenziali e tasse sul lavoro versate dal datore, imposte sui beni immobili, tassa sui dividendi, sul capital gain, sulle transazioni finanziarie, sui rifiuti, sulla circolazione dei veicoli e altri contributi obbligatori) sfiora il 70% dei profitti d’impresa mentre sul continente (Ue+Efta) scende al 42,6%, con “abissi” inarrivabili del 21% per il primo della classe, cioè il Lussemburgo.
Il confronto ovviamente ci penalizza ulteriormente uscendo dall’Europa e allargando l’analisi ad altri paesi dove il welfare ha un perimetro ben più ridotto. Così, a fronte del nostro 43,4% di oneri sul lavoro, su base globale il dato crolla al 16,2%.
«Il cuneo fiscale è l’elemento che fa la differenza – spiega Fabrizio Acerbis, partner di Pwc per i servizi legali e fiscali – ma aggiungerei che a penalizzare il nostro Paese è anche un altro fattore, perché gli investitori non cercano solo aliquote basse ma anche un contesto normativo stabile e semplice. E su quest’ultimo versante l’Italia ha storicamente un serio problema».
Se l’analisi puntuale non ci premia, neppure il trend offre particolari soddisfazioni. In otto anni la pressione fiscale globale si è ridotta di circa otto punti e l’Italia resta poco al di sotto di questa media. Altri paesi, come la Germania, hanno seguito percorsi diversi, con una frenata dell’imposizione fiscale sulle aziende che in otto anni è scesa di oltre dieci punti percentuali, allargando dunque lo “spread” rispetto al nostro Paese. Va comunque notato che in tutto il mondo la recessione ha portato i governi a frenare questo percorso di sgravi, reso più difficile dalla necessità di contenere i deficit in presenza di una crescita limitata. Così, lo scorso anno l’aliquota media globale sulle imprese si è ridotta di appena lo 0,3%, esattamente un terzo rispetto alla media degli ultimi otto anni. E tuttavia, anche in questo contesto sfavorevole, l’Europa ha migliorato la propria situazione dello 0,8% mentre l’Italia è rimasta quasi al palo, con una riduzione della pressione fiscale globale sulle imprese di appena lo 0,2%.

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