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Lagarde: “La crescita ancora debole e fragile ma nell’Eurozona non c’è troppa austerità”

A un mese dall’assemblea annuale dell’Fmi, che panorama traccia della crescita mondiale? 

«La crescita economica è al tempo stesso troppo debole, troppo fragile e troppo disomogenea. È troppo debole per creare posti di lavoro, e i 200 milioni di disoccupati nel mondo ce lo ricordano continuamente. Stiamo aggiornando le nostre previsioni. La crescita mondiale dovrebbe aumentare di un piccolo 3% quest’anno, fra il 3 e il 3,5%. È una crescita troppo fragile, perché i rischi geopolitici sono numerosi: la crisi in Ucraina produce effetti secondari sulla Russia e i Paesi immediatamente limitrofi, in particolare quelli che fanno parte della catena del valore tedesca e che vedono colpiti in misura diversa i legami commerciali, energetici e finanziari. Questo impatto non può ancora essere quantificato con precisione e dipende dall’applicazione di un piano di pace. Anche i rischi legati alla situazione in Medio Oriente sono più che reali per l’economia mondiale. La crescita infine è troppo disomogenea perché certi Paesi ripartono più in fretta di altri: è il caso in particolare degli Stati Uniti e del Regno Unito».

Dunque il rischio per la crescita è innanzitutto geopolitico?
«C’è un secondo rischio che contribuisce all’instabilità finanziaria: osserviamo una valorizzazione molto accentuata di un certo numero di attività. Non parlo di bolla, però il “Rapporto sulla stabilità finanziaria” semestrale che pubblicheremo il mese prossimo evocherà la necessità di un’attenzione indispensabile e accresciuta da parte dei supervisori e dei regolatori. Non sono solo le azioni in Borsa a essere interessate, penso anche a certe emissioni obbligazionarie. E se al contempo le Banche centrali decidessero di irrigidire la loro politica monetaria in modo più drastico o più veloce di quanto non si attendono i mercati, il rischio di instabilità finanziaria diventerebbe realmente inquietante. Non siamo in una situazione di allerta, ma vigiliamo con molta attenzione ».
L’Europa è minacciata dalla deflazione? E le misure annunciate la settimana scorsa dalla Bce sono adeguate alla situazione?
«Io non ho mai utilizzato la parola deflazione. L’Fmi si limita a evocare un’inflazione durevolmente bassa, per non dire molto bassa. C’erano dei motivi per agire, e questi motivi sono stati ascoltati. Il presidente della Bce ha annunciato delle misure che vanno nella giusta direzione e che in particolare serviranno a fluidificare la capacità di credito alle imprese. Queste misure han- no provocato un effetto sorpresa, e questo non è un male perché hanno determinato un calo dell’euro rispetto al dollaro».
L’euro rimane sopravvalutato rispetto al dollaro?
«Noi non riteniamo che l’euro sia sopravvalutato rispetto al dollaro. Il suo valore è compatibile con la bilancia dei pagamenti della zona euro. Tuttavia, la direzione che sta prendendo oggi è tale da incoraggiare la ripresa, e questo è un bene!».
Il piano della Bce è sufficiente ampio per rilanciare la crescita dell’Eurozona? Non arriva troppo tardi?
«La Bce da due anni sta facendo molto. Accogliamo con piacere il fatto che sia pronta a ricorrere a misure non convenzionali supplementari, se questo dovesse rendersi necessario per far fronte a un periodo troppo prolungato di inflazione bassa. Riguardo ai tempi, sono mesi che stiamo lanciando l’allarme sul rischio di un’inflazione eccessivamente bassa».
C’è troppa austerità nella zona euro? Bisogna allentare la morsa?
«In questo momento è un falso dibattito. Quest’anno, il risanamento di bilancio nella zona euro si limita allo 0,3% del Pil. Non si può certo parlare di una politica di austerità eccessiva nell’Eurozona! Molto è già stato fatto e oggi il ritmo di riduzione del disavanzo di bilancio ci sembra appropriato in tutti i Paesi».
Lei tuttavia ha avuto parole dure nei confronti della Germania, che non svolgerebbe il suo ruolo di motore per il rilancio della crescita dell’Europa… «È chiaro che non si tratta di chiedere all’economia tedesca di essere meno competitiva. Ma la Germania dispone molto probabilmente di margini di manovra finanziari per sostenere la ripresa europea, e si propone di utilizzarli. Noi riteniamo che investimenti pubblici e/o privati per finanziare infrastrutture sarebbero benvenuti. Non parlo di creare nuove autostrade, semmai di investimenti per la manutenzione, perché nel corso degli ultimi anni la Germania ha investito molto poco nelle sue infrastrutture di trasporto. Come negli Stati Uniti, c’è stato un fenomeno di degrado delle reti che giustifica perfettamente maggiori sforzi. La Germania prevede di destinare a questo scopo lo 0,2% del Pil nei prossimi quattro anni. Noi pensiamo che potrebbe stanziare un altro mezzo punto di Pil all’anno per quattro anni».
Al di là delle misure di rigore, cosa si può fare per rilanciare la crescita?
«Bisogna utilizzare tre assi: la politica monetaria, le riforme strutturali e la politica di bilancio. Alla politica monetaria della Bce abbiamo già accennato. La priorità è riformare il mercato dei servizi, in particolare aprire un certo numero di attività troppo chiuse o troppo protette. Bisogna prendere di mira innanzitutto la costrizione rappresentata della regolamentazione del lavoro, e qui non mi riferisco solamente alla Francia, ma all’insieme della zona euro. L’unico Paese che fa passi avanti in materia quest’anno è la Spagna. La politica di bilancio per me si colloca solo in terza posizione, perché da questo momento si tratta di rispettare il ritmo annunciato di risanamento dei conti pubblici, fatte salve le flessibilità che consente il Patto di stabilità e di crescita. Lo sforzo, lo ricordo, è pari allo 0,3% del Pil della zona euro, perché molto è già stato fatto, anche in Francia».
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