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Lagarde (Fmi): ripresa più lenta

Gli impegni, certo. Gli annunci. La volontà politica e programmatica di intraprendere le riforme in un’ottica di risanamento e crescita. Ma il progressivo discostamento da una politica rigorista tout court — che impedisce qualunque deroga al patto di Stabilità — sta nella capacità dei Paesi di «provare» effettivamente quanto si sta realizzando. Non bastano più i sostantivi-spot, le conferenze o le photo-opportunity . Servono risultati tangibili, concreti. A Aix en Provence, nel sud della Francia, ieri è andato in onda «les Cercle des Economistes», il summit degli economisti transalpini. Convitato di pietra la «versione italiana» della «flessibilità» del tandem Padoan-Renzi, in altri termini bilanci un po’ più elastici e investimenti un po’ più arditi, soprattutto la richiesta di poter sottrarre al calcolo del deficit le quote di cofinanziamento italiano dei fondi Ue (ai quali i Paesi membri contribuiscono per circa sette miliardi di euro all’anno). Il (possibile) nuovo corso europeo — a ben vedere simbolicamente inaugurato domani con la prima riunione Ecofin a guida italiana — è stata letto in controluce da autorevoli addetti ai lavori. Per Benoit Coeuré, consigliere esecutivo della Bce, il patto di Stabilità europeo — rappresentato dal rapporto deficit/Pil non oltre la soglia del 3% — va «reso più flessibile» a patto di politiche riformiste «provate», capaci di scollinare la crisi lavorando per una crescita sostenibile e duratura. Teorema condiviso da Michel Barnier, commissario europeo al Mercato interno e ai servizi, che ha rilanciato una proposta dal sapore fortemente keynesiano. L’idea è di rispolverare un vasto programma europeo di project bond destinati alle infrastrutture: «Prestiti per investimenti condivisi, ma orientati», ha chiarito Barnier. Giovandosi degli attuali «migliori tassi possibili» grazie alla politica accomodante dell’Eurotower (in proposito, Coeuré ha confermato che «i tassi resteranno molto vicini allo zero per un lungo periodo»). Dal trasporto ferroviario a quello marittimo, all’interconnessione delle reti energetiche: obbligazioni di scopo per un montante di mille miliardi di euro da qui al 2020, secondo le stime della Commissione europea. Una rilettura che ha trovato una sponda convinta anche in Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario. La via della crescita sta in «investimenti in infrastrutture, formazione e sanità, garantendo che il debito resti sostenibile», ha affermato Lagarde. La stella polare di ogni ragionamento resta comunque quella di non agire sulla leva dell’indebitamento perché «significherebbe più tasse per le generazioni future», ha aggiunto Barnier. Eppure l’eco della posizione italiana — sintetizzata ieri dall’intervista del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan al «Corriere della Sera» — arriva sin qui. La dinamica ritardata dell’impatto delle riforme «non visibili nell’immediato», rivendicata ieri dal titolare del Tesoro, potrebbe far breccia anche a Bruxelles e a Berlino. A patto che la Cina, locomotiva globale, non rallenti («la crescita per quest’anno è compresa tra il 7 e il 7,5%», ha stimato Lagarde). Ma le previsioni dell’istituto di Washington non inducono all’ottimismo perché l’attività economica mondiale dovrebbe; sì, «rafforzarsi nella seconda metà di quest’anno, ma a ritmi più deboli delle attese». Complicando qualsiasi ragionamento sulla flessibilità e riducendo i margini di manovra delle cancellerie europee.

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