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L’affondo dei sindacati “Vietare fino a ottobre tutti i licenziamenti”

Prorogare il blocco dei licenziamenti al 31 ottobre per tutti. Superare il doppio binario – che svincola le grandi imprese già dal primo di luglio – e avere una data unica. È quanto chiedono al governo Cgil, Cisl e Uil, allarmate dai dati sull’occupazione, dalle code dei nuovi poveri per i pacchi di cibo, dalle proteste di piazza di piccoli esercenti sempre più esasperati da chiusure e mini-ristori, dalle tante crisi aziendali irrisolte.
La richiesta dei sindacati arriva il giorno dopo i nuovi numeri Istat: quel milione di occupati persi in un anno di pandemia da sommare a 717 mila inattivi in più, tra i quali si nascondono molti potenziali disoccupati, oggi protetti dall’ombrello della Cassa integrazione, oltre agli scoraggiati da prospettive nulle di lavoro. Precari, giovani, donne, autonomi su tutti. Ma anche uomini in Cig a zero ore di imprese decotte. Un milione e 700 mila lavoratori da riqualificare quanto prima. E da rimettere in carreggiata in tempo per intercettare il treno dei nuovi investimenti verdi e digitali foraggiati dal Recovery, quando arriverà.
Ecco il punto, quando il blocco dei licenziamenti finirà: la rete di sostegno e rilancio è piena di buchi. La riforma degli ammortizzatori non c’è. Quella delle pensioni neppure, ma le aziende hanno bisogno di scivoli ora più che mai. Le politiche attive sono incagliate. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando in un mese ha attivato tutti i tavoli con le parti sociali. Ha anche chiesto, come primo atto, all’Anpal e al suo presidente Mimmo Parisi di riavviare l’assegno di ricollocazione, fino a 5 mila euro che finiscono ai centri per l’impiego o alle agenzie private se riescono a trovare un posto al disoccupato. Parisi ha preparato una bozza di delibera. Il ministro ha preteso modifiche: di collegare l’assegno alla formazione. Da allora il nulla. Parisi è di nuovo in Mississippi: partito il 26 marzo fino al 4 maggio. Al suo ritorno potrebbe trovare l’Anpal commissariata.
Un gesto forte che va però nella direzione dell’allarme dei sindacati, gonfiato anche dall’altro report diffuso ieri dall’Istat, secondo cui il 45% delle imprese italiane è strutturalmente a rischio. Basta una crisi esogena a «metterne a repentaglio l’operatività», soprattutto nei settori a basso contenuto tecnologico e di conoscenza. Figuriamoci ora dopo una pandemia devastante. «Chiediamo di portare il blocco dei licenziamenti per tutti dal 30 giugno al 31 ottobre», dice perciò Maurizio Landini (Cgil). «La data del 30 giugno è troppo vicina, si deve proseguire fino alla fine della campagna vaccinale », aggiunge Luigi Sbarra (Cisl). «Fino alla fine della pandemia, per dare serenità alle persone», ribadisce Domenico Proietti (Uil). «Serve un piano straordinario per l’occupazione sia nel settore privato che in quello pubblico», insiste ancora Landini.
Il blocco dei licenziamenti va avanti in Italia dal 23 febbraio 2020, unico Paese in Europa. E finirà il 30 giugno, ma non per tutti. Le grandi imprese e quelle dotate di CigO – la Cassa integrazione ordinaria – potranno ristrutturarsi dal primo luglio. Le altre – le piccole dei servizi – oggi coperte dall’assegno ordinario e dalla Cig in deroga potranno tirare avanti ancora fino al 31 ottobre, sfruttando la Cig Covid pagata dallo Stato. Nel 2020 l’Inps ha autorizzato 4 miliardi di ore di Cig Covid, rivela il Rendiconto sociale presentato ieri. Un record storico, se si pensa alle 259 mila ore dell’anno prima. Ma – ed è una buona notizia – il tiraggio, le ore effettivamente usate dalle imprese, si è fermato al 40% di quelle autorizzate. Questo ha portato a risparmi per lo Stato e per l’Inps. E fa sperare in un numero contenuto di aziende zombie. Ma non promette bene sul futuro, forse ancora per molto caratterizzato da sottoccupazione: impieghi di poche ore.
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