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Dopo l’affondo dei giudici tedeschi Lagarde conta sulla Bundesbank e sul sostegno di Merkel

BERLINO — Jens Weidmann è schierato da mesi accanto a Christine Lagarde. E non solo per la charme offensive avviata dalla presidente della Bce nei confronti della Bundesbank sin dall’insediamento, un po’ per uscire dall’ombra di Mario Draghi, un po’ per l’esigenza di reintegrare l’azionista di maggioranza – la Germania – in un consesso in cui si era sempre più isolata. Ma, a partire da marzo, è stata la grande pandemia ad annullare le consuete obiezioni dei “falchi” verso le mosse straordinarie della Bce: anche la Bundesbank è perfettamente consapevole delle apocalittiche dimensioni della crisi. Quando Lagarde ha varato un nuovo piano di emergenza da 750 miliardi di euro, togliendo via via tutti i paletti per essere sicura di poter comprare anche titoli italiani a sufficienza, i distinguo sono stati irrisori.
L’ortodossia ordoliberale tedesca, però, ha deciso di vendicarsi altrove. La decisione dei giudici di Karlsruhe di considerare il “quantitative easing” «sproporzionato», dunque un’azione di politica economica e non più solo monetaria, e di giudicare una sentenza della Corte europea carta straccia, getta non solo Lagarde, ma anche la Bundesbank, il governo Merkel e il Parlamento, in un dilemma enorme. Schiere di giuristi a Francoforte e Berlino si stanno già rompendo la testa su da farsi: l’esecutivo e il Bundestag sono stati esortati esplicitamente a pronunciarsi.
Anche se il punto di partenza, rispetto a un verdetto potenzialmente dirompente, è buono. Lagarde, Weidmann e Merkel sembrano remare tutti nella stessa direzione. Ma tre mesi sono tanti, e nella Cdu, nel partito di Angela Merkel, qualcuno a microfoni spenti ragiona già sul fatto che il governo dovrebbe chiedere di introdurre dei paletti all’agire della Bce, quando il governo formulerà una proposta da far votare al Parlamento.
Ieri dalla Bundesbank trapelavano rassicurazioni sul fatto che non ha alcuna intenzione di farsi cacciare dal programma di acquisti di titoli di Stato, il cosiddetto Qe, avviato nel 2015 e messo nel mirino dall’Alta corte. Gli uomini di Jens Weidmann sono pronti a collaborare con la Bce, chiamata a motivare il suo Qe entro tre mesi. E in una dichiarazione resa al settimanale Zeit, Weidmann ha già chiarito che le misure straordinarie della Banca centrale europea «sono state necessarie per sostenere l’economia dell’eurozona, anche se le opinioni sono state differenti sui dettagli di quelle misure».
Lagarde e Weidmann hanno dunque intenzione di lavorare fianco a fianco per fornire i necessari chiarimenti e giustificare il piano. Il nodo, non semplice da sbrogliare, è che devono convincere i togati tedeschi che la Bce non fa politica economica. Un rischio dal quale Weidmann stesso, però, aveva messo in guardia, in passato. E alle orecchie del presidente della Bundesbank non devono suonare neanche troppo infondate alcune accuse dei togati, come quella che la Bce espropria i risparmiatori. Per Weidmann sarà un frangente di dilemmi amletici, ma il presidente della Bundesbank non ha mai perso di vista la gravità della crisi ed è probabile che non lo farà neanche ora.
Dalla Bce, invece, fanno capire che non dovrebbe essere troppo complicato fornire spiegazioni convincenti per il Qe. Ma i problemi sono altri. Primo, non è così facile trincerarsi dietro il fatto che c’è una sentenza della Corte di giustizia europea che fa giurisprudenza, se la Bundesbank e il Bundestag devono tenere conto dei rilievi dell’Alta corte tedesca. In secondo luogo, a Francoforte temono nuovi ricorsi tedeschi contro il maxi piano da 750 miliardi appena varato: soprattutto perché non ha quei paletti che hanno graziato il Qe dalla condanna più temuta: quella di travalicare il mandato della Bce e di ledere il divieto di monetizzare il debito. È stata sempre la Bce a far capire che è pronta a prendere anche ulteriori iniziative (aumentare il piano di acquisti) se la crisi le renderà necessarie. Senza farsi intimidire dai rilievi di Karlsruhe.
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