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L’adesione cancella il reato

di Antonio Iorio

Se a seguito dell'accertamento con adesione, l'imposta evasa scende al di sotto della soglia penale, viene meno il reato. Il giudice penale, infatti, non è vincolato all'accertamento del giudice tributario, ma non può prescindere dalla pretesa tributaria dell'amministrazione. Quindi, se non ha concreti elementi per ritenere più attendibile l'iniziale quantificazione dell'imposta, deve uniformarsi all'esito dell'adesione.
A fornire questo importante principio è la Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 5640 depositata il 14/2/2012. Un contribuente, a seguito di controllo della GdF, veniva segnalato alla Procura della Repubblica perché ritenuto responsabile del reato di dichiarazione infedele avendo evaso imposte per circa 127mila euro.
Il Gip, su richiesta del Pubblico ministero, disponeva il sequestro di beni mobili e immobili per un ammontare pari al l'imposta evasa. Prima del l'udienza presso il Tribunale del riesame, cui si era rivolto il contribuente per il dissequestro dei beni, la difesa provava di aver concluso la vicenda sotto il profilo tributario attraverso l'accertamento con adesione: era stato definito un importo (circa 30mila euro) inferiore alla soglia di punibilità
Richiedeva, pertanto, l'annullamento del sequestro per difetto dei presupposti (imposta evasa inferiore a quella costituente reato). Il Tribunale accoglieva le richieste difensive, ma il Pm ricorreva per cassazione evidenziando, in sintesi, che non era stato considerata l'autonomia del procedimento penale rispetto a quello tributario, con la conseguenza che quest'ultimo non poteva condizionare le indagini in corso.
Pertanto, secondo la Procura, le evidenze raccolte nell'indagine preliminare dovevano essere sottoposte al vaglio tipico della procedura penale, e quindi le risultanze fornite dalla Guardia di Finanza potevano consentire anche differenti valutazioni rispetto a quelle operate dall'Agenzia delle Entrate nell'adesione. La definizione dell'accertamento, inoltre, rilevava solo all'atto del l'irrogazione della pena, come circostanza attenuante, ma non poteva incidere sulla verifica della prova del fatto.
La Cassazione ha respinto il ricorso confermando la tesi difensiva. Nella dichiarazione infedele, l'ammontare dell'imposta evasa costituisce una condizione oggettiva di punibilità. Al di sotto di essa si è in presenza soltanto di una violazione di tipo amministrativo e non è configurabile il reato. Ciò non toglie, sottolineano i giudici di legittimità, che spetta esclusivamente al giudice penale l'accertamento e la determinazione dell'ammontare dell'imposta evasa attraverso una verifica che può anche sovrapporsi e contraddire gli esiti del procedimento amministrativo tributario.
Il giudice penale non è vincolato dall'esito del giudizio tributario, ma non può prescindere dalla pretesa dell'amministrazione finanziaria che fissa il limite della soglia di punibilità. Egli, in ogni caso, non ha vincoli neanche dal limite dell'imposta definita in adesione ma, per discostarsi da tale nuovo dato quantitativo, deve essere in possesso di concreti elementi che fanno ritenere maggiormente attendibile l'iniziale quantificazione del l'imposta che aveva fatto scattare l'azione penale.
La sentenza non esamina la compatibilità di questa condivisile interpretazione con la norma del Dlgs 74/2000 per la quale l'estinzione del debito tributario, oggetto del procedimento anche mediante adesione, rappresenta una circostanza attenuante e non una causa estintiva del reato.
Vi è da ritenere che l'efficacia di tale attenuante sia limitata ai casi in cui l'adesione conduca comunque ad un'imposta evasa superiore alla soglia penale. Se invece la definizione porta al di sotto di essa, non vi è più violazione penale.

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