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Dopo l’addio a Mediobanca Mustier prepara il riacquisto di azioni proprie

Il giorno dopo l’annuncio dell’uscita da Mediobanca, UniCredit corre. Corre in Borsa, dove il titolo sale del 6% sulla scia dei dati dei primi nove mesi migliori delle attese e di un possibile buy-back preannunciato dal ceo Jean Pierre Mustier. Ma corre anche metaforicamente, perché sembra proiettata già in una nuova fase, lontana dagli intrecci finanziari italiani. A maggior ragione ora che il legame con Piazzetta Cuccia (e a cascata con Generali) è stato definitivamente reciso, con la vendita accelerata della quota dell’8,4% storicamente detenuta nella banca d’affari.

L’addio a Piazzetta Cuccia

La vendita di Mediobanca, tiene a evidenziare Mustier nel corso della presentazione dei conti agli analisti, non deve sorprendere. «Facciamo ciò che diciamo, diciamo ciò che facciamo», ripete anzi come un mantra il banchiere ai giornalisti, tenendo a evidenziare la coerenza con cui questa partecipazione è stata gestita, al pari di altri dossier. «Da sempre, dopo la definizione del patto light, la nostra quota è stata definita non strategica e, in linea con la strategia di cedere le partecipazioni non strategiche, l’abbiamo venduta», dice il manager. D’intesa con la Vigilanza Bce, che di certo non vedeva di buon occhio la potenziale sovrapposizione tra UniCredit e Mediobanca in alcuni segmenti di mercato, il banchiere ha scelto di abbandonare Mediobanca anche se con un «profitto irrilevante», tanto che l’impatto sul patrimonio è neutro. Il superamento della soglia del valore di carico (pari a 9,89 euro) delle azioni Mediobanca, grazie al rally generato dall’ingresso di Leonardo Del Vecchio, ha di certo creato le condizioni finanziarie indispensabili per il disimpegno. Ma è anche vero che dietro questa mossa, per certi versi inattesa – visto che molti ipotizzavano al contrario un possibile rafforzamento dell’asse con Generali, controllata da Mediobanca al 13% – c’è anche la mancata costruzione di un patto forte su Mediobanca. Mustier ricorda di aver «sempre ribadito l’auspicio» che la compagnia triestina restasse «indipendente, italiana e internazionale. Avevamo proposto un patto forte tra gli azionisti di Mediobanca per proteggere» Piazzetta Cuccia «e le sue controllate e la nostra proposta è stata respinta». E quando gli si chiede se però a questo punto l’uscita dall’azionariato di Mediobanca non rischi di indebolire il presidio sul Leone, Mustier taglia corto: «Forse dovreste chiederlo agli altri azionisti» di Mediobanca, è la risposta.

L’addio a Piazzetta Cuccia è però (paradossalmente) l’occasione per riconoscere il valore del management guidato da Alberto Nagel, peraltro confermato dal «buon appetito degli investitori» per la vendita della quota (che è stata venduta con uno sconto «molto basso», pari al 2,3%). «Questo dimostra che Mediobanca è molto ben gestita e che gli investitori sono pronti a investire. Noi siamo molto soddifatti di quello che il managament di Mediobanca ha fatto in termini di gestione».

I conti e le prossime tappe

Chiuso nel giro di una serata lo storico legame con la banca d’affari milanese, UniCredit volge dunque lo sguardo ai prossimi passi. La data cerchiata in rosso sul calendario è quella del 3 dicembre quando verrà presentato a Londra il nuovo piano industriale triennale, denominato “Team 23”. Difficile immaginare fuochi d’artificio, «i ricavi non cresceranno più di tanto e certamente non possono crescere più di quanto cresce l’economia, e quindi i costi dovranno avere un andamento ancora più piatto», avverte il manager. Dunque, per sostenere un titolo in Borsa che, nonostante il rally dell’ultimo mese (+24,5%), vale circa il 50% del patrimonio tangibile, Mustier vede la necessità di generare anzitutto «una profittabilità sostenibile» e poi le possibili strade «possono essere quelle di una crescita dei dividendi e di un riacquisto di azioni proprie». Il payout, oggi al 30%, «vogliamo farlo crescere al 50% dell’utile prima possibile». Mentre sul fronte del riacquisto delle azioni proprie, Mustier apre all’ipotesi (se le azioni sono a sconto) evidenziando che la Vigilanza vede di buon occhio operazioni simili quando le banche hanno capitale a sufficienza.

Confermate, come anticipato lo scorso 9 luglio dal Sole 24Ore, le indicazioni relative alla nascita di una nuova sub-holding in cui convogliare gli asset internazionali, che sarà italiana e non quotata. La ratio è quella di «ottimizzare i nostri requisiti Mrel» (i fondi propri e le altre passività soggette a bail-in) e «ridurre le esposizioni infragruppo». Se poi questo agevolerà eventuali fusioni, si vedrà. Di certo, oggi, «nell’Unione europea servono grandi banche» ma «non vedo operazioni» di M&A «all’orizzonte».

Sul fronte dei conti, infine, la banca conferma la sua capacità di generare reddito. Nei primi nove mesi il gruppo ha generato 4,3 miliardi di utili, con un trimestre (1,1 miliardi circa) che supera le stime (pari a 1 miliardo) ed è tra i migliori del decennio. Merito dell’attenzione sul fronte dei costi e alle minori rettifiche sui crediti, e di una performance della divisione Corporate e investment banking con performance quasi doppie rispetto alle previsioni. Se è vero che scendono i ricavi (14 miliardi, -2%) con margini di interesse e commissioni in calo, la banca tiene la barra dritta sulla riduzione dei costi operativi (-3,6% a 7,4 miliardi) come dei BTp, in calo di 3,6 miliardi nel trimestre, a quota 44,9 miliardi. Con un costo del credito che va sotto le attese, la banca conferma il target per gli npl sotto i 10 miliardi. «È la prima volta – sottolinea Mustier – che una banca italiana raggiunge tutti i target del piano».

Luca Davi

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