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L’addio di Greco spiazza i soci delle Generali

MILANO.
Il titolo Generali perde un altro 1,3% in Borsa dopo l’uscita del group ceo Mario Greco con destinazione Zurich. La decisione ha preso in contropiede i principali azionisti del Leone – ora sono alla ricerca di un sostituto all’altezza (Philippe Donnet è il favorito) – che non hanno gradito le modalità con cui Greco si è allontanato dalla compagnia e la lettera al cda nella quale ha parlato di non condivisione tra i soci sul suo ruolo futuro in azienda. «Abbiamo puntato fino in fondo al suo rinnovo – ha detto l’ad di Mediobanca (azionista Generali) Alberto Nagel – ora è importante la continuità e l’accelerazione nell’implementazione del piano di Generali nel solco di quanto fatto». Nel pomeriggio, dopo la conference call con gli analisti, Greco ha corretto il tito: «L’indisponibilità ad un altro mandato non è dipesa da alcun specifico contrasto o conflitto con gli azionisti che, al contrario, in questi tre anni hanno sempre fornito pieno supporto alla strategia e alla sua esecuzione».
Ma al di là delle dichiarazioni di facciata, la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla rottura è molto articolata. Il feeling tra capoazienda e soci comincia a incrinarsi nel maggio 2015, dopo la presentazione del nuovo piano industriale, quando Lorenzo Pellicioli (ad della De Agostini, azionista di Generali) e Greco cominciano a parlare di riconferma per un triennio e della necessità di individuare un successore abbastanza giovane da avere davanti a sè due mandati. Soluzione subito giudicata troppo difficile e così i due spostano l’orizzonte temporale a un doppio rinnovo, sei anni, durante il quale Greco avrebbe dovuto formare all’interno di Generali almeno due manager in grado disostituirlo. Il pacchetto economico messo sul piatto da Pellicioli, come membro del comitato remunerazioni, era allettante. Comprendeva 1,5 milioni di emolumento fisso all’anno, 1,5 milioni di short term incentive, tra 2,6 e 3,25 milioni di long term incentive, più 500 mila azioni Generali nel primo triennio e 500 mila nel secondo. Se Greco avesse raggiunto tutti gli obbiettivi del piano avrebbe portato a casa in sei anni l’astronomica cifra di 51 milioni. Ma questo contratto non è mai stato formalizzato. Greco pensava che Pellicioli e Mediobanca non avessero intenzione di confermarlo veramente mentre questi ultimi si dicevano pronti a firmare il rinnovo. Tra settembre e ottobre, vista l’inconcludenza delle trattative, Pellicioli perde la pazienza e passa il testimone a Clemente Rebecchini. Greco a quel punto contatta Marco Drago, presidente di De Agostini, cercando rassicurazioni sulla sua riconferma e nella prima metà di dicembre, nella sede romana di Mediobanca, si incontra con Caltagirone, Rebecchini e Pellicioli, che ribadiscono la loro intenzione a garantirgli sei anni di contratto. Ma a inizio dicembre Martin Senn lascia il vertice di Zurich e da quel momento inizia il corteggiamento svizzero a Greco. Intanto le trattative con Generali proseguono e a metà gennaio, poco prima del forum di Davos, altro incontro nella sede di Mediobanca a Milano con Nagel, Rebecchini e Greco: si conviene di tradurre il “termsheet” in contratto vero proprio e di portarlo all’attenzione del cda. Ma a Davos succede qualcosa poichè da lì in poi Greco giudica quel contratto indiscutibile e martedì 26 gennaio, in mezz’ora, firma le carte per diventare numero uno di Zurich.
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