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L’addio all’atomo costa otto miliardi all’anno

di Federico Rendina 

Tra i sette e gli otto miliardi di euro l'anno di "tassa da abbandono nucleare" già pagata negli ultimi 23 anni, da quando il referendum post-Chernobyl ci ha fatto chiudere dalla sera alla mattina le nostre centrali atomiche. Ed ecco ora la tassa da "mancato riavvio", quello che sta maturando con la smobilitazione del piano governativo di rientro, quantificabile con grande difficoltà, ma che gli esperti stimano di proporzioni forse un po' minori, visto che il ritorno al nucleare da zero avrebbe costi comunque consistenti con vantaggi che almeno per i primi anni sarebbero meno evidenti.

Si contano le nuove paure, e i danni previsti per un paese penalizzato da un sovracosto elettrico del 20-25% rispetto ai concorrenti europei dovuto alla sostanziale monodipendenza dal gas e dal petrolio. Il calcolo, che proponiamo con al dovuta prudenza ma con buona approssimazione, deriva dalle stime aggiornate da Nomisma Energia.

«Avessimo diversificato maggiormente in passato sul nucleare e sul carbone, come Francia, Germania, Inghilterra, avremo tariffe elettriche mediamente inferiori di almeno 3 centesimi di euro al chilowattora, che moltiplicato per 330 miliardi di kWh di consumo anno determinano oggi un maggiore costo di quasi 10 miliardi di euro anno spalmato sulle imprese e sulle famiglie» nota Davide Tabarelli, presidente di NE, riferendosi ad un consumo italiano di elettricità che muove circa 40 miliardi di euro. Ed è proprio il nucleare, nelle stime di Tabarelli, ad alimentare il grosso (almeno il 70%) del gap.

Ci possiamo consolare, ma con un pizzico di dovuta vergogna, solo se conteggiamo i denari sperperati per preparare il rinascimento atomico impostato un paio di anni fa e ora precipitosamente abortito prima ancora di attendere gli esiti definitivi, e soprattutto i "suggerimenti" operativi, dell'incidente di Fukushima. «Ritardare a volte conviene» ha mormorato in più occasioni l'insuperabile interprete dell'autoironia (peraltro avara) della nostra politica, Giulio Andreotti. Nel piano nucleare abbiamo "ritardato" così tanto che nei due anni in cui bisognava già aver speso molto abbiamo fatto, e quindi speso, davvero poco.

Malgrado l'approssimarsi della prima importante scadenza programmatica tracciata dal Governo in carica (la "prima pietra" delle nuove centrali entro fine legislatura, ovvero nel 2013) nulla, prudentemente, ha speso ad esempio Terna per improntare al nucleare la pianificazione delle reti. E nulla era stato ancora garantito ai cittadini sul territorio, semplicemente perché i siti delle centrali erano, a ieri, ben lungi dall'essere definiti.

A tirare fuori denari sonanti per il nucleare finora sono stati solamente i due operatori alleati per il primo "pacchetto" di centrali italiane, la nostra Enel e la francese Edf: un po' meno di dieci milioni di euro per imbastire con i notai e i commercialisti la società Sni (Sviluppo Nucleare Italia), dotarla di un primo simulacro di strutture operative a corredo del presidente Bruno D'Onghia (espresso da Edf) e dell'ad Francesco de Falco (Enel), finanziare i primi studi e le prime iniziative di comunicazione. Smobilitare? «Decideremo». Ma per due operatori di quel calibro non sarà, nel caso, un problema.

Il problema semmai – fanno rilevare molti autorevoli protagonisti del dibattito – è proprio la tentazione di radicalizzare un po' troppo il percorso di abbandono. Se ne fa interprete direttamente il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. «Auspichiamo che sia solo una pausa di riflessione e non uno stop definitivo» ha affermato ieri a Firenze.

«Serve un piano energetico a lungo termine» e nel frattempo «abbiamo fatto investimenti sulle diverse fonti energetiche, compreso il nucleare» osserva il presidente di Confindustria riferendosi al piano di mobilitazione delle imprese italiane che si sono candidate a costituire la nuova filiera industriale del "made in Italy" delle centrali atomiche.

Abbandono? «Presto per dirlo» rassicura (solo un po') il sottosegretario allo Sviluppo, Stefano Saglia. Per ora è uno stop, «ma se nei prossimi anni la scienza darà buone garanzie si potrà riprendere il programma». Magari – osservano nel frattempo gli scienziati – quando apparirà meglio all'orizzonte il passaggio della tecnologia delle centrali nucleari alla quarta generazione.

 

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