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L’accusa di Napolitano ai partiti “Imperdonabile non fare le riforme ora un governo con tutte le forze”

I CUGINI litigiosi, i fratelli diventati nemici, gli eredi illegittimi, i figli dei figli più prepotenti ancora dei padri perché cresciuti nel lusso di una ricchezza avuta in dote hanno fatto silenzio. Bisognerebbe che tu ci facessi credito ancora una volta, l’ultima – gli ha detto il più disinvolto di tutti, quello abituato a parlare d’affari. Bisognerebbe che tu venissi a mettere ordine a casa, io non ci riesco e non so più cosa fare, gli ha detto il figlio primogenito ormai anziano anche lui. Ti prego, ha aggiunto il più saggio dei nipoti, il prediletto destinato a governare. Per favore, gli hanno chiesto i parenti minori arrivati in viaggio dalle regioni lontane. Allora lui è tornato. Ha camminato senza bastone sotto una pioggia fitta e leggera, è rientrato a Palazzo, ha aspettato che tutti fossero seduti ad ascoltarlo, anche quei rami della famiglia che non erano andati a cercarlo, anche quelli che non lo volevano, e ha parlato loro per quaranta minuti. Gli ha detto siete stati indecenti, imperdonabili, sordi e ciechi. Loro hanno applaudito. Avevate un solo compito: amministrare, governare. Avete fallito. Loro hanno applaudito più forte, hanno gridato bravo. In un crescendo severissimo, asciutto, tonante gli ha detto siete colpevoli di una lunga serie di omissioni, guasti, chiusure. Avete sbagliato tutto. Loro si sono alzati in piedi (non tutti, quasi tutti) e gli hanno tributato un’ovazione.
C’era qualcosa di inguardabile, di sotterraneamente osceno nella voluttà con cui i destinatari della più dura delle requisitorie mai ascoltata nell’aula di Montecitorio accoglievano gli schiaffi, più duro il colpo più forte l’applauso: come se non capissero che quelle accuse erano rivolte a loro, circostanza impossibile. Come se, piuttosto, provassero piacere nell’essere rimproverati, puniti. Un masochismo politico figlio del sollievo
di essere ancora in vita, tutti quanti e tutti insieme ancora protagonisti grazie al suo ritorno, alla sua implacabile indulgenza. Berlusconi più di tutti, primo a correre davanti alle telecamere a rivendicare la titolarità e il merito, ad applaudire alla ramanzina fingendo che fosse destinata ad altri, ad approfittarne per insultare daccapo chi aveva combattuto nei giorni scorsi l’abbraccio Pdl-Pd: sciocchi, stolti e – i peggiori – burattini. Bersani meno, molto meno: più silenzioso in aula, non disponibile per i “commenti a caldo” dopo, anzi laconico: «Il Presidente ha detto molto bene quel che doveva dire». Più consapevole, diciamo, che si tratta comunque della certificazione della sua impotenza: dell’incapacità del primo partito uscito dalle urne di trovare un accordo politico per fare un presidente nuovo, poi un governo espresso dal parlamento eletto. Muti i cinquestelle, in aula quasi sempre e quasi tutti immobili sebbene a qualche passaggio – le mancate riforme sui costi della politica, sulla trasparenza, sulla moralità – qualcuno di loro, soprattutto le donne, abbiano applaudito. Roberto Fico scivola via veloce scuotendo la testa, non vuol dir niente, certo non alle tv. Hanno in corso il processo a un “cittadino” colpevole di aver accettato l’invito televisivo di Barbara d’Urso.
Aspettano Grillo.
In aula, alle cinque e due minuti, è seduto sotto Napolitano il governo al completo. C’è Monti, che negli ultimi giorni ha ricucito lo strappo col Presidente (rovinoso dopo la pretesa di presiedere il Senato) e persino con Berlusconi, complice la comune effimera candidatura del ministro Cancellieri. Potrebbe essere, Monti, prossimo ministro degli Esteri. C’è Fabrizio Barca, pronto per la prossima battaglia politica, in linea d’aria seduto di fronte a Bersani. Ci sono, sulle tribune, un paio di cardinali, un paio di generali, il candidato di un giorno Franco Marini molto attento e incline all’applauso. Sopra Napolitano tutto lo staff del Quirinale, trionfante, un po’ defilata la moglie Clio.
Il discorso della reinvestitura deve scalare dapprima la commozione. Al presidente si rompe la voce quando dice della sua gratitudine per il largo suffragio ricevuto, della fiducia e del-l’affetto che ha sentito, quando evoca il suo «senso radicato di identificazione con le sorti del Paese». Ogni volta incoraggiato da un applauso, continua. Ed ecco il colpo di reni, la reprimenda: «C’è stata una lunga serie di omissioni guasti chiusure e responsabilità di cui voglio fare una rapida sintesi». Parte. Avete lasciato senza risposta la richiesta di rinnovamento. Applauso. Avete opposto «lentezza, calcoli di convenienza, strumentalismi». Applauso in piedi. «Non induca questo vostro applauso all’autoindulgenza», non penserete mica di cavarvela così. Applauso più lieve. E’ stata «imperdonabile la mancata riforma della legge elettorale », ovazione, Bersani immobile. L’abnorme premio di maggioranza, la frustrazione dei cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti. La vostra sordità. «La sordità delle forze politiche che pure mi hanno chiamato ad assumere un ulteriore incarico ». Vi siete comportati malissimo e poi siete venuti a piangere da me. Sappiate però «che se mi troverò di nuovo di fronte a questa sordità non esiterò a trarne le conseguenze davanti al Paese». Se adesso non fate come vi dico mi dimetto. Come vi dico è «il dovere della proposta e della ricerca di soluzioni praticabili». Ai Cinquestelle: non si contrappone la piazza al Parlamento. A tutti: la rete, il web è un strumento di partecipazione, un veicolo efficace, non c’è bisogno di spegnere i telefonini quel che c’è da fare è «favorire la capacità dei partiti di rinnovarsi», anche attraverso lo «stimolo dei nuovi mezzi». Ancora un momento di commozione ripensando a quanta strada da quando «sono entrato qui da deputato a 28 anni portando ogni giorno una pietra», poi subito la severità: sono passati 56 giorni, 56, dalle elezioni. Piaccia o no, nessuno ha ottenuto la maggioranza per governare. Piaccia o no, dovete accordarvi. «Questa sorte di orrore per ogni ipotesi di intesa, di alleanza», non dice inciucio, non è all’altezza del suo lessico – «nasce dallo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile». Dunque adesso quell’alleanza si farà. «Non sono venuto qui per prendere atto dell’ingovernabilità, non è per questo che ho accolto il vostro invito». Si farà un governo e non sarà del presidente, di scopo, di tregua, di riduzione del danno o come diavolo li chiamate. Sarà un governo e basta. Politico, un governo vero. Applauso in piedi: entusiasmo di Daniela Santanchè e del suo mentore, cautela dai banchi di Sel, sorrisi montiani, battimani nei dintorni di Bersani, silenzio grillino. Vigilerò «fino a che le forze me lo consentiranno », dice il presidente congedandosi. Non è detto che siano sette anni: sarà quello che serve. Poi un saluto all’ultimo Costituente rimasto in vita, Emilio Colombo (Andreotti, molto ammalato, non ha partecipato alle votazioni) e, cordiale, a Berlusconi che gli si fa svelto vicino.
In Transatlantico si parla già del governo in gestazione. Amato, dicono gli uomini del Presidente, mentre qualcuno nel Pd pensa di proporre Renzi. Alfano vice, aggiungono. Con un paio di conferme da questo governo, forse Monti e Moavero, peccato per Severino, ha lavorato bene, Cancellieri chissà: tre dei vecchi sono troppi. Antonio Malaschini, sottosegretario per il rapporti con il Parlamento, accoglie con professionale imbarazzo i commenti del senatore Mario D’Urso, settantenne banchiere d’affari yankee-partenopeo, sulla «supremazia dei napoletani come Giorgio, anche in fatto di eleganza sartoriale». Berlusconi dichiara da Mentana ricordandogli la comune provenienza socialista. I leader del centrosinistra escono dai corridoi laterali. Pippo Civati – generazione bisnipoti, per quanto quarantenne avverte in solitudine che «chi ha tradito Prodi sarà ministro». Le consultazioni oggi.

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