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«Per l’accordo sul Fondo useremo il tempo che serve»

«Dobbiamo trovare dei compromessi con creatività ma non dobbiamo perdere di vista la bussola rappresentata dalla coesione, dalla convergenza, dalla cooperazione, dalla solidarietà e soprattutto dall’umanità, che va rimessa al centro del progetto europeo». Il presidente del Consiglio europeo, l’ex premier belga Charles Michel, nel vertice di giovedì scorso ha strappato un sostegno unanime per un piano di rilancio dell’economia post coronavirus e di un Fondo per la ripresa. Sarà lui a decidere la road map che porterà all’accordo tra i 27 leader dell’Ue.

Lagarde vi ha esortato a non fare troppo poco e troppo tardi. Venerdì i mercati non hanno reagito bene. Cosa non è stato capito?

«L’ultimo Consiglio europeo è stato essenziale perché abbiamo preso degli orientamenti strategici fondamentali. Un piano Marshall per la ripresa. Un rafforzamento del Bilancio Ue per i prossimi sette anni e la creazione di un Fondo di rilancio. Il sostegno finanziario dovrà andare nelle regioni e ai settori che sono stati più colpiti dal coronavirus. Abbiamo chiesto alla Commissione di fare una proposta dettagliata e concreta molto rapidamente. C’è la volontà di lavorare velocemente e insieme. Nessuno Stato Ue può uscire da solo dalla crisi».

Il 6 maggio la Commissione presenterà la sua proposta di Recovery Fund? L’Italia punta all’entrata in vigore del Fondo dal primo luglio.

«In poche settimane i capi di Stato e di governo si sono già riuniti quattro volte e hanno preso decisioni eccezionali, impensabili tre mesi fa: 540 miliardi sono già stati mobilitati per sostenere i lavoratori che rischiano la disoccupazione, le imprese attraverso la Bei, per attivare il Mes senza condizioni eccetto che il legame con la crisi da coronavirus. I fondi saranno disponibili al più tardi dall’inizio di giugno. Sono stati sospesi il Patto di stabilità e le regole sugli aiuti di Stato. Siamo ancora nella gestione della crisi e dobbiamo evitare il rischio di una seconda ondata di contagi, gli Stati stanno annunciando progressivamente la fine delle misure di confinamento, bisogna procedere con prudenza. Poi c’è il rilancio del progetto europeo sul piano economico e sociale».

C’è la road map?

Fondi disponibili al più tardi dall’inizio di giugno

Il Mes è senza condizioni eccetto il legame

con il coronavirus

«La Commissione ha detto che attorno al 6 maggio farà la proposta. E in funzione della proposta potrò decidere quando convocare un Consiglio. Ma voglio prima avere il tempo di comprenderla bene tecnicamente e che ogni Stato abbia la stessa interpretazione e comprensione, poi si vedrà come progredire».

A quanto dovrebbe ammontare il Piano di rilancio?

«La Commissione ci dovrà aiutare a rendere oggettivo il dibattito sull’ampiezza di quanto avremo bisogno. Le previsioni parlano di una perdita del Pil in Europa tra il 7% e il 10% per il 2020, ma a seconda di quello che accadrà nelle prossime settimane sarà più o meno grave. Il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, così come alcuni leader Ue e la Bce hanno dato un ordine di grandezza di 1.500 miliardi. Non confermo e non smentisco. Oltre al quadro generale, è importante guardare settore per settore. Il turismo è molto colpito, alcuni Paesi sono più dipendenti di altri dal turismo».

C’è ancora un problema di fiducia tra gli Stati?Il premier olandese Rutte ha ribadito di non vedere la necessità di un’azione urgente. Il premier Conte ha chiesto che fosse esplicitata l’urgenza.

«La fiducia è il cuore e la chiave del progetto europeo, fin dalla dichiarazione Schumann di 70 anni fa. Il Consiglio della scorsa settimana ha contribuito a ricostruire la fiducia, perché — è vero — ci sono state delle dichiarazioni che l’avevano guastata ed era importante correggere i malintesi».

Il progetto europeo non è possibile senza compro-messi, ma devono permettere decisioni efficaci

I Paesi del Sud, gravati da un alto debito pubblico, spingono per i trasferimenti. I Paesi del Nord per i prestiti. State valutando soluzioni in cui gli Stati possono scegliere se partecipare o meno?

«Il progetto europeo non è possibile senza compromessi, ma devono permettere decisioni efficaci e intelligenti. C’è stato un dibattito su prestiti e trasferimenti. Ci sono già dei punti di convergenza. Saranno le proposte della Commissione ad aiutarci a prendere una decisione. Il Bilancio Ue è fondato principalmente sulla nozione di trasferimenti e ridistribuzione. C’è un punto chiave: vogliamo una strategia di rilancio che non aggravi le disparità tra gli Stati membri e permetta di continuare il processo di convergenza economica e dunque di coesione sociale».

In febbraio non è stato possibile trovare un accordo sul bilancio Ue 2021-2027. Riuscirete entro giugno?

«Bilancio e fondo vanno di pari passo. L’orientamento è lavorare il più velocemente possibile, ma non ho mai indicato un accordo nel mese di giugno. Il dibattito sul bilancio Ue in febbraio è stato difficile perché non c’era intesa sull’ammontare. Ma tutti i budget Ue hanno sempre dato origine a grandi difficoltà di accordo. Questa volta il dibattito è anche più difficile a causa della Brexit. Proprio per questa crisi c’è la consapevolezza che il buon funzionamento del mercato interno, che garantisce la prosperità, dipende dalla capacità dei 27 Stati membri di rilanciare le loro economie».

Il Consiglio Ue del 18 giugno sarà quello decisivo?

Gli antieuropei-sti si lamentano che l’Ue non fa abbastanza ma sono gli stessi che vogliono darle meno competenze

«È mio compito definire l’agenda delle prossime settimane e mesi, in consultazione con gli Stati membri. Lo farò sulla base della proposta della Commissione e in base a come sarà accolta dagli Stati membri. È importante la qualità, la forza e l’ampiezza dell’ambizione della decisione più che il momento. E se ci vorrà qualche settimana in più per prendere decisioni che saranno essenziali per i prossimi anni, allora prenderemo il tempo che sarà utile».

Contro il populismo serve un’Europa più integrata?

«Gli antieuropeisti si lamentando che l’Unione non fa abbastanza ma sono gli stessi che vogliono darle meno competenze e responsabilità. È una contraddizione. La forza del progetto europeo è nei suoi valori e l’Italia, che è un grande Paese fondatore difende insieme agli altri 26 Paesi questi valori».

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