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L’accordo per Atene

Cominciamo dalla fine. Entro domani saranno definite le modalità di un prestito-ponte alla Grecia per garantirle la liquidità necessaria per le prossime scadenze: 7 miliardi di euro entro il 20 luglio e altri 5 entro la metà di agosto. Ossigeno per un Paese al collasso, che in questo momento sopravvive solo con i prestiti di emergenza della Bce alle banche elleniche. Ma entro domani la Grecia dovrà anche attuare quattro riforme. Il terzo salvataggio di Atene si è messo in moto dopo il compromesso raggiunto ieri in 17 ore di negoziato durissimo tra i leader dell’Eurozona. 
Per arrivare al primo esborso da parte del fondo salva Stati Esm, che in tutto stanzierà 82-86 miliardi, ci vorrà più tempo di quanto la Grecia non abbia a disposizione. Devono essere ancora risolti aspetti politici e tecnici e «siamo più vicini a quattro settimane che a due» per raggiungere un accordo, ha detto il presidente Jeroen Dijsselbloem al termine dell’Eurogruppo, che ieri lo ha riconfermato alla guida dei ministri finanziari dell’eurozona. Dijsselbloem ha spiegato che anche il finanziamento transitorio è «molto complesso» da attuare e «non abbiamo ancora trovato la chiave».
L’Eurogruppo ha potuto aprire il negoziato per il terzo piano di aiuti perché ha avuto il via libera dai leader dell’eurozona, ma per ottenerlo la Grecia ha dovuto accettare condizioni pesantissime, che dovranno avere il sigillo del Parlamento greco e poi passare da altri sei Parlamenti nazionali, tra cui quello tedesco e olandese. Domani è il giorno della svolta per Atene perché è il termine entro il quale il Parlamento ellenico dovrà approvare anche l’aumento dell’Iva, i primi interventi sulla sostenibilità del sistema pensionistico, l’indipendenza giuridica dell’ufficio di statistica nazionale Elstat, la piena attuazione delle disposizioni del trattato sulla stabilità finanziaria. Fatto questo, l’Eurogruppo deciderà il prestito-ponte. Sono alcune delle condizioni per «ricostruire la fiducia». Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha spiegato che «ci sono varie opzioni esaminate» e che «la posizione italiana è che siano opzioni europee condivise da tutti i Paesi, almeno da quelli dell’eurozona». In questo modo ha escluso i prestiti bilaterali, ipotesi circolata l’altra notte. Tra gli strumenti possibili, ci sarebbe l’impiego dei fondi rimasti nel vecchio meccanismo di stabilità Efsm dell’Ue (quindi non solo dell’eurozona), garantito dal bilancio Ue e creato prima dei fondi salva Stati Efsf ed Esm. Ma fonti Ue osservano che è complicato usarlo. La Gran Bretagna, ad esempio, è sempre stata contraria. Ci sarebbe poi la restituzione alla Grecia degli interessi maturati con il programma Smp della Bce (Securities Markets Programme, acquisto da parte dell’Istituto centrale di titoli di debito pubblico), ma ammontano in tutto a 3,6 miliardi, quindi non abbastanza. È possibile, spiega una fonte Ue, che la soluzione finale sia una combinazione dei vari strument i.
La Grecia si è anche impegnata a fare entro mercoledì prossimo altre due riforme: adozione del codice di procedura civile e attuazione della direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche. Il resto delle riforme nel medio periodo. Tra le condizioni, definite «requisiti minimi», anche l’istituzione di un fondo di garanzia da 50 miliardi, di cui la metà per il rimborso della ricapitalizzazione delle banche. Quanto al debito, niente ristrutturazione ma eventuale allungamento della scadenza .

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