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L’accertamento Iva riqualifica il contratto

L’accertamento Iva punta a riqualificare il contratto d’appalto (servizio) in una cessione di beni. Sempre più spesso, infatti, l’amministrazione finanziaria ridetermina la tipologia dell’operazione. Con ricadute anche sul momento di effettuazione. In linea generale e salvo deroghe, se si tratta della vendita di beni mobili, rileva la consegna o spedizione, mentre per i servizi conta il pagamento. Pertanto una prestazione riqualificata in vendita comporterà verosimilmente la violazione degli obblighi di fatturazione e registrazione. Senza contare che una simile rilettura può avere impatti significativi anche sul bilancio e rischia di arrivare a supportare in casi estremi anche una presunta inattendibilità della contabilità con il ricorso all’accertamento induttivo puro.
La contestazione
In queste situazioni, non è tanto la ricchezza nascosta a formare oggetto di verifica, quanto quella registrata, ossia contenuta in atti spesso già noti all’amministrazione finanziaria. Questi ultimi, a distanza di anni, vengono riqualificati in fattispecie diverse, caratterizzate da una maggior tassazione. Nonostante una norma che attribuisce espliciti poteri in tal senso esista solo per il registro (articolo 20 del Dpr 131/1986), accertamenti simili sono comuni in tutti gli ambiti impositivi, dall’Iva alle imposte sui redditi, ricorrendo, di volta in volta, al concetto di «presunzioni gravi, precise e concordanti» (articolo 54 del Dpr 633/1972 e articoli 37, 38 e 39 del Dpr 600/1973) o a quello dell’abuso del diritto.
Le situazioni possono essere diverse. Può essere riqualificato l’oggetto del contratto (si veda l’altro contributo in pagina) o la tipologia contrattuale. Per esempio, un appalto può essere ricondotto a una vendita o viceversa, oppure l’affitto di un fondo rustico può essere ritenuto una cessione del diritto di superficie.
Altre volte sono più atti negoziali, anche realizzati da contribuenti diversi, a essere sovrapposti per originare un’unica operazione da sottoporre a tassazione (conferimento d’azienda e cessione di quote considerati unitariamente come cessione d’azienda).
Pertanto, assume notevole importanza la motivazione dell’assetto negoziale voluto dalle parti, ossia l’esplicitazione delle ragioni economiche e imprenditoriali che hanno condotto a scegliere proprio quella particolare figura contrattuale (e non altre, per quanto possibili) e a volere quegli specifici effetti giuridici e non altri.
I riferimenti
Diversamente dai casi in cui l’accertamento mira a riqualificare l’oggetto dell’operazione (ossia il bene o il diritto trasferito), quando si tratta di individuare correttamente la figura contrattuale realizzata dalle parti – in particolare per stabilire se si è di fronte a un contratto a effetti reali (vendita, magari con posa in opera) oppure obbligatori (appalto) – è necessario riferirsi ai canoni ermeneutici del diritto civile (articoli 1362 e successivi del Codice civile). In particolare, si può ricostruire la comune intenzione dei contraenti come emerge dal loro comportamento complessivo, anche dopo la conclusione del contratto (sentenza 5935/1999 della Cassazione e risoluzione 141/E/2000). Secondo la risoluzione 220/E/2007, «quando il programma negoziale ha quale scopo principale la cessione di un bene e l’esecuzione dell’opera sia esclusivamente diretta ad adattare il bene alle esigenze del cliente, o a consentirne la fruizione, senza modificarne la natura, il contratto è senz’altro qualificabile quale cessione con posa in opera. Al contrario, se la volontà contrattuale è quella di addivenire a un risultato diverso e nuovo rispetto al complesso dei beni utilizzati per l’esecuzione dell’opera, allora la prestazione di servizi si deve considerare assorbente rispetto alla cessione del materiale impiegato». Una puntuale formalizzazione delle intenzioni delle parti costituisce quindi la prima difesa a fronte di una diversa (e più onerosa) ricostruzione dei fatti.

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