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L’Abi: meno risorse per la disoccupazione Più al fondo esuberi

Forum organizzato dall’Abi, l’Associazione bancaria italiana, sulle «risorse umane» in banca. A un certo punto il presidente del Casl, il comitato affari sindacali dell’Abi stessa, Emiliano Omar Lodesani, lancia l’amo al governo: «Noi (le aziende del settore bancario, ndr ) da vent’anni versiamo un contributo di circa 200 milioni l’anno alla cassa integrazione che non abbiamo mai utilizzato e non vogliamo utilizzare mai. Ci vorrebbe un aiutino, un alleggerimento di questo impegno».

Il decreto banche del governo del 29 aprile scorso ha portato da cinque a sette anni l’uscita anticipata dal lavoro coperta dal fondo esuberi con un assegno pari almeno alla pensione. Questo fondo, però, è tutto finanziato dal settore. Lavoratori e, soprattutto, aziende. Mettiamo che oggi si faccia l’accordo per l’uscita di un dipendente cinque anni prima della pensione. La banca in questione dovrebbe mettere subito a bilancio i compensi del bancario per tutti i cinque anni di uscita anticipata. Per una banca con conti in rosso si tratterebbe di un salasso difficile da sostenere. Non a caso già oggi le banche non sfruttano tutti i cinque anni di uscita anticipata ma si fermano spesso a tre.

Abi chiede di fatto che una fetta dei 200 milioni l’anno versati (e non utilizzati) per gli ammortizzatori «generali» vengano stornati per finanziare i due anni in più del fondo esuberi. Si parla di una sessantina di milioni almeno per qualche anno. Ma la coperta degli ammortizzatori è corta anche per il governo. E allora un’altra richiesta in campo è che la copertura dei sette anni possa essere messa a bilancio in modo scaglionato sui sette anni. Dal canto loro i sindacati mettono le mani avanti: «No alla disoccupazione nel nostro settore, ci opporremo in ogni modo», taglia corto Lando Maria Sileoni, a capo della Fabi. «Un settore in crisi non può fare solidarietà con altri sistemi — dice Giulio Romani, a capo della First Cisl —. Un bancario su due ha più di 50 anni. Il fondo deve servire anche a sostenere la mobilità territoriale e professionale dei lavoratori».

Rita Querzé

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