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«L’Abi è pronta a lavorare per il veicolo finanzia-Pmi»

«L’idea di un veicolo finanziario finalizzato allo sviluppo delle imprese, esposta dal direttore de il Sole 24 Ore, è molto positiva. E per concretizzarla siamo disponibili, come Abi, al confronto con degli interlocutori che sono, almeno, il governo, la Banca d’Italia, la Cassa depositi e prestiti. È evidente, infatti, che tutto da soli non possiamo fare. Però, la disponibilità a concretizzare il progetto c’è, in modo da mobilitare tutto ciò che è possibile e immaginabile».
Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, aderisce in modo convinto alla sollecitazione espressa sulle colonne del nostro giornale da Roberto Napoletano, anche se mette in evidenza la difficoltà di mandare in porto progetti rilevanti se tutti gli interlocutori istituzionali non sono presenti. È anche un modo per ricordare, come ha fatto del resto ieri il Fondo monetario, che la principale difficoltà economica del momento, per tutti i protagonisti dell’economia italiana, è la nebbia velenosa dell’incertezza politica.
Intanto, però, la dinamica degli aggregati monetari continua a mostrare dei dati molto brutti: l’ultimo outlook dell’Abi segnala per il mese di marzo una flessione tendenziale dei prestiti erogati dalle banche a famiglie e imprese del 2,3 per cento. La riduzione sembra in attenuazione rispetto a febbraio(quando era stata del 2,6%) ma siamo sempre immersi nel buio profondo…«I dati del credito sono quelli che sono, non possiamo certo abbellirli – risponde Patuelli – però le ricordo che il costo medio del denaro per famiglie e imprese al 3,74% è ai minimi storici da quando esiste la Repubblica: era più elevato ai tempi del miracolo economico».
Facciamo notare che tutto è relativo: in rapporto a una situazione di recessione anche un tasso medio del 3,74% può essere troppo alto… «Osservo – replica il leader dell’associazione di Palazzo Altieri – che rispetto allo stesso mese dell’anno scorso è comunque diminuito di di 40 punti base. E se poi guardiamo come va la forbice tra i tassi bancari attivi e passivi, vediamo che è estremamente compressa: si tratta infatti dell’1,71%. Questo significa che le banche si basano per i loro ricavi su uno spread molto basso, visto che che prima della crisi era superiore ai 300 punti base, e visto che rispetto a un anno fa questo divario è sceso di 32 basis point. Quale altro settore produttivo lavora con un margine operativo così ridotto?».
Ma allora perchè le imprese italiane devono vedersela con un costo del denaro più elevato di quelle tedesche? Per via dello spread tra BTp e Bund è la risposta del presidente dell’Abi. Da noi, sostiene, il tasso guida non è l’Euribor ma quello sui titoli di Stato. E i 300 punti base di spread sul debito sovrano hanno un impatto sia per lo Stato sia per le banche, che quando raccolgono lo fanno a tassi più alti. «Se si fa il confronto con la Germania – aggiunge il presidente dell’Abi – si vede che l’Italia ha uno stato indebitato con banche efficienti. Invece in Germania lo stato è più solido ma le banche non sono altrettanto efficienti». Le aziende di credito italiane, è il ragionamento di Patuelli, oggi vengono gestite “all’osso” perchè non è vero che fanno grandi utili ma in compenso è vero che la recessione ha molto peggiorato la qualità dei loro crediti: nel rapporto di marzo dell’Abi si afferma che l’ammontare delle sofferenze nette ha toccato i 61,717 miliardi di euro, in crescita del 26,8% rispetto ai 48,656 miliardi di febbraio 2012, mentre le sofferenze lorde salgono a 127,7 miliardi dai 107,637 miliardi del febbraio 2012 (+18,6%).
Non sarà che la preoccupazione per le sofferenze sta determinando anche una restrizione dell’offerta di credito? «Le rispondo sottolineando due cifre: a marzo del 2013 le aziende di credito hanno erogato prestiti alla clientela per 1.910 miliardi ma ne hanno raccolti solo 1.765. Io credo – conclude il presidente dell’Abi – che quei numeri diano la dimensione dell’impegno delle banche italiane per l’economia, in una fase in cui la raccolta estera non c’è e mentre sappiamo che l’impegno della Bce non potrà durare in eterno».

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