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La web tax italiana punta ad Amazon e eBay

La nuova web tax italiana guarda all’Europa e mira ad Amazon ed eBay. Imposta del 3% per le imprese che gestiscono piattaforme digitali attraverso cui vengono venduti beni e servizi, con fatturato globale pari ad almeno 750 milioni di euro di cui 5,5 milioni derivanti da servizi digitali. Il prelievo inciderà anche sulla vendita di pubblicità online e sulla cessione dei «big data» di contenuti generati dagli utenti dei siti. È questa la riedizione dell’imposta digitale, rispolverata dal cassetto del ministero dell’economia e proposta dal governo a Bruxelles tra le misure di aggiustamento della manovra di Bilancio. La novità è rappresentata dall’allargamento del perimetro di azione dell’imposta, che si allinea alla soluzione transitoria presentata dalla Commissione europea nel mese di marzo 2018. Già ad agosto Massimo Garavaglia, sottosegretario all’economia, aveva annunciato a ItaliaOggi che se Amazon avesse offerto dei servizi di consulenza avrebbe dovuto essere tassata in Italia, pur richiamando la necessità di muoversi a passo uguale e conforme a quello delle regole europee. L’ipotesi di ripresentare la web tax era spesso circolata nei mesi scorsi sia nei lavori del decreto fiscale sia in quelli della legge di bilancio, per poi essere accantonata vista la complessità del tema e l’esistenza di tavoli di lavoro internazionali in sede Ue e Ocse. Ieri la nuova accelerazione, che supera dunque l’imposta sulle transazioni digitali introdotta dai commi 1011-1019 della legge n. 205/2017, formalmente in vigore dal prossimo 1° gennaio ma in realtà rimasta lettera morta in assenza del decreto ministeriale che avrebbe dovuto individuare entro il 30 aprile scorso quali prestazioni di servizi assoggettare al prelievo e quali no. La soluzione individuata dalla precedente manovra di bilancio avrebbe colpito le prestazioni «b2b» effettuate attraverso internet con modalità «essenzialmente automatizzate», al superamento di determinate soglie quantitative definite dalla legge. Aliquota pari al 3% del prezzo di vendita, al netto dell’Iva, per le aziende italiane ed estere che realizzano almeno 3 mila transazioni per anno solare verso clienti residenti. Il 21 marzo 2018 Bruxelles ha invece presentato la sua proposta di web tax. In realtà le soluzioni sono due, una «ottimale», ma lunga da realizzare, e una «imperfetta», ma immediata. La prima è basata su una riforma comune delle norme europee della base imponibile, volta a tassare gli utili nei territori in cui i profitti sono realizzati, anche nel caso in cui una società non vi abbia una presenza fisica. Non si tratta cioè di una modifica alle imposte, bensì delle regole di determinazione del reddito in ogni paese, individuando una stabile organizzazione virtuale se in uno stato membro la società supera determinati parametri. La seconda ipotesi è rappresentata invece da un’imposta temporanea sui ricavi da attività digitali. Qui le somiglianze con la rediviva web tax italiana sono evidenti. Il prelievo colpirebbe infatti il fatturato (e non l’utile) generato dalla vendita di spazi pubblicitari online, dalla cessione di dati e dalla gestione di piattaforme di sharing economy. L’imposta Ue riguarderebbe solo le aziende con ricavi globali sopra i 750 milioni di euro e ricavi nell’Ue di almeno 50 milioni di euro. A livello mondiale il pallino resta invece nelle mani dell’Ocse, che già da tre anni è la lavoro sulla sua ipotesi di tassazione delle aziende digitali. Soddisfazione è stata espressa da IAB Italia – l’associazione che rappresenta, con oltre 170 aziende, il settore del digital advertising che nei giorni scorsi aveva richiesto un intervento sulla web tax sulla linea di quanto annunciato in Francia.

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