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La voluntary in tilt sui cambi

Il criterio del cambio storico per la valorizzazione degli investimenti esteri manda in tilt la voluntary disclosure. Che in molti casi è già stata liquidata e pagata dal contribuente, pur avendo applicato per gli immobili extraUe tassi di cambio variabili, modificati di anno in anno, invece che mantenere costante il cambio medio del mese in cui ricade la data di investimento iniziale, come chiarito dall’Agenzia delle entrate venerdì scorso.
A seconda dei casi gli effetti possono essere pro fisco o pro contribuente, a seconda che gli scostamenti per le sanzioni sul monitoraggio fiscale e l’Ivie siano positivi o negativi: a fronte di un investimento iniziale fisso, infatti, la base imponibile su cui calcolarli cambia di anno in anno, a causa della variazione dei tassi di cambio. Ed è proprio questo l’approccio che è stato tenuto da molti professionisti in sede di voluntary, in assenza di istruzioni specifiche sul tema. È quanto emerge a seguito della risoluzione n. 77/E diffusa il 16 settembre 2016 dall’Agenzia delle entrate (si veda ItaliaOggi di sabato scorso).

Con il documento di prassi l’amministrazione finanziaria ha fatto chiarezza su un tema dibattuto da molti anni, vale a dire il corretto tasso di cambio da utilizzare per indicare nel quadro RW di Unico (e quindi anche nelle istanze di collaborazione volontaria) gli asset acquistati in valuta estera. Il provvedimento del 18 dicembre 2013 ha stabilito che il controvalore in euro dovesse essere espresso, per tutti i dati in esso riportati nel modulo RW, sulla base dei cambi medi mensili approvati periodicamente dalle stesse Entrate.

Nella risoluzione n. 77/E, l’Agenzia ha affrontato il caso di contribuente che aveva acquistato un immobile in Svizzera nel 1996. A parere dell’amministrazione, l’esigenza di adeguare anno per anno il cambio originario (in base al cambio mensile di dicembre, come effettivamente fatto da molti in disclosure) sussiste solo laddove in sede di quadro RW le norme e le istruzioni di compilazione richiedono di indicare il valore di mercato. Diversamente, quando deve essere usato il costo storico (per esempio nel caso degli immobili), il cambio rilevato al momento dell’investimento deve essere «cristallizzato» e portato avanti nel corso degli anni, senza necessità di aggiornamenti. Considerazioni analoghe per alcune attività finanziarie, toccate tuttavia solo marginalmente dalla questione, in quanto per i titoli il costo storico rappresenta solo l’ultimo gradino della scala gerarchica dei criteri, dopo il valore di mercato e quello nominale.

È opportuno precisare che la problematica interessa soltanto gli immobili localizzati al di fuori dell’Ue/See, in quanto in ambito europeo vige il criterio della valorizzazione catastale (e, solo in via residuale, quello del costo storico). Ma in alcuni casi, si pensi ad abitazioni acquistate all’inizio degli anni 2000 e poi regolarizzate tramite voluntary, le differenze possono essere significative: tra il 2010 e il 2015, per esempio, il tasso di cambio tra euro e real brasiliano ha risentito di una variazione del 60%, come pure quello sul rand sudafricano tra il 2004 e il 2013. Mentre il cambio euro-franco svizzero nel periodo 2004-2013 ha visto uno scostamento del 25%.

Naturalmente il nuovo approccio interpretativo potrebbe produrre effetti pure al di fuori della voluntary disclosure, in relazione all’«ordinaria amministrazione» sul quadro RW. Avendo aggiornato annualmente il valore indicato in dichiarazione, la base imponibile Ivie e Ivafe ha fluttuato sulle onde dei cambi, discostandosi così dal cambio storico affermato dall’Agenzia nella risoluzione di pochi giorni fa. Un chiarimento di cui i professionisti dovranno d’ora in avanti tenere conto sia ai fini del monitoraggio fiscale sia in vista della nuova edizione della collaborazione volontaria annunciata dal governo.

Valerio Stroppa

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