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La prima volta di Bonomi “Sì a investimenti pubblici ma no allo Stato padrone”

ROMA — «Dovremo dire no — e ripeterlo energicamente — a 10, 100, 1000 Alitalia. Perché il reddito e il lavoro a milioni di italiani possono darlo solo le imprese e i mercati, gli investimenti e l’equilibrio della finanza pubblica». Eccola la Confindustria di Carlo Bonomi (cremasco, classe 1966) eletto ieri con il 99,9% dei voti dall’assemblea privata (on-line) nuovo presidente dell’associazione degli industriali. Prende il posto di Vincenzo Boccia e resterà in carica per quattro anni.
La sua sarà un’altra Confindustria: nordica, industrialista, anti- statalista e tendenzialmente “politica”, nel senso che farà politica da sé senza necessariamente ricercare alleanze tra i partiti di governo o dell’opposizione. Forse un nuovo schema: il “partito dei padroni” che sfida direttamente i “partiti partiti” e il loro «pregiudizio nei confronti delle imprese» e le loro «decisioni contraddittorie assunte guardando ai cicli elettorali sempre più brevi», come ha detto anche ieri il nuovo presidente ai suoi associati collegati da remoto.
Rapporti di forza, allora, nei fatti più che ancora che nelle parole. Bonomi: «Chi la pensa diversamente da noi ha già cominciato a dire, per metterci alle corde, che noi puntiamo ad essere un nuovo soggetto politico: leviamoglielo dalla testa con la nostra unità, con la forza delle nostre proposte concrete, senza alcuna tentazione di sostenere questo o quel partito e tanto meno pensando neanche per un istante a diventare noi un partito». Non un partito, d’accordo, ma qualcosa che lo fa venire in mente.
Perché la lobby delle imprese (150 mila le associate) di fronte alla depressione dell’economia si mette, almeno, sullo stesso piano della politica. Innanzitutto per ricostruire il Paese flagellato dalla pandemia. Agli imprenditori di oggi Bonomi affida un compito che ricorda quello dei loro nonni e padri nel dopoguerra: idee, creatività, tenacia («oggi serve lo stesso sforzo imperativo»). Alla politica chiede «una svolta» ma pure di abbandonare la tentazione dello Stato padrone, che stabilisce le regole del gioco ma è anche giocatore. Perché il pericolo — sostiene Bonomi — «è che lo Stato si estenda sempre più e torni ad essere gestore dell’economia, intermediando quote crescenti del reddito nazionale, raccogliendo sempre più tasse, rinchiudendosi nei confini nazionali, rinnegando le scelte europee e occidentali che della rinascita italiana sono state le premesse per l’economia».
No allo Stato dentro le imprese; sì, invece, a massicci investimenti pubblici perché l’Italia possa risollevarsi. «Alla politica chiediamo di raddoppiare gli investimenti pubblici, che essa ha tagliato negli anni preferendo la spesa corrente, e che servono più che mai nel campo delle infrastrutture, dei trasporti, della logistica, della digitalizzazione e produttività dei servizi, non solo pubblici, nella scuola, nell’università, nella ricerca e nella sanità». Il nuovo presidente della Confindustria prefigura così «una grande alleanza di investimenti pubblici e privati anche per rimettere al centro di tutto la persona, la famigli a, i disabili, gli anziani ». Poi indica le priorità di quel che chiama un piano strategico 2030-2050: investimenti per innovazione e ricerca, investimenti nel capitale umano, sostenibilità ambientale e sociale delle nostre imprese. Infine, nuove forme organizzative e contrattuali, non meglio precisate, ma che potrebbero essere il primo segnale per un depotenziamento del contratto nazionale.
Il finale della relazione di Bonomi è politico, molto politico. Riprende una pagina («che si adatta perfettamente al momento travagliato della nostra vita nazionale») delle “Lezioni di politica sociale” di Luigi Einaudi: «Non furono tanto i barbari a far cadere l’impero romano, ma l’impero era ormai marcio in se stesso. E una delle cause delle decadenza interna era che i cittadini romani a furia di promesse politiche di coloro che esercitavano il comando sdegnavano di essere lavoratori-soldati perché spinti dall’illusione di essere mantenuti dallo Stato. Noi dobbiamo guardare ad altro: a un punto di partenza comune che consenta a tutti di dispiegare talento ed energia per continuare nel lavoro e nell’impresa a realizzare avanzamenti, invenzioni, brevetti, nuovi prodotti e nuovi servizi. A questi ideali dobbiamo tendere». Non un ramoscello d’ulivo nei confronti della politica.
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