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La Volcker Rule sbarca in Europa

Neppure è stata introdotta e già la Volcker Rule all’europea, la legge che dovrebbe imporre la separazione tra le attività bancarie dedicate all’economia reale da quelle riservate ad attività speculative, fa scattare fughe in avanti, crea dissidi, genera polemiche.
Del resto, proprio l’iniziativa annunciata ieri dal Credit Suisse – che riunificherà la gestione patrimoniale con il private banking per concentrarsi sulla clientela retail – è un modo per anticipare le «nuove norme sulla vigilanza» in arrivo, come ha detto il presidente Urs Rohner.
Ma, prima di Credit Suisse, a lanciare il sasso nello stagno della regulation bancaria è stato nei giorni scorsi il ministro francese delle Finanze: Pierre Moscovici intende presentare il prossimo mese un disegno di riforma del settore.
L’obiettivo? Dividere le attività delle banche nazionali: da una parte ci sarà chi farà trading, dall’altra chi gestirà il retail. Una cesura netta che, ha detto Moscovici, servirà a «proteggere i depositi dei cittadini francesi dagli eccessi della finanza speculativa».
La mossa francese in verità è tutto tranne che una sorpresa. È dalla crisi finanziaria del 2008, e dal più recente collasso della banca franco-belga Dexia, che i regulator globali discutono della necessità di separare i due tradizionali business delle banche. Il progetto di Moscovici peraltro ricalca le linee guida tracciate dal governatore finlandese Erkki Liikanen, che lo scorso ottobre ha messo sul tavolo la bozza di riforma del settore bancario europeo. Anche in questo caso, la guerra dichiarata dell’Unione europea è alle attività bancarie rischiose, che nelle intenzioni dovranno essere sganciate dai business più tradizionali dei singoli gruppi bancari, come i conti correnti, i prestiti alle famiglie alle imprese, i fidi e così via.
L’iniziativa di Parigi ha spiazzato i partner (e le rispettive banche) del resto d’Europa. Le critiche più accese sono arrivate dalla Germania, dove la Bundesbank ha sottolineato che il settore finanziario europeo è così interconnesso che il semplice break up delle banche universali risolverebbe solo parte dei problemi dell’attuale sistema finanziario. Non solo: per la Buba la divisione legale dei business rischiosi sarebbe difficile da implementare nella pratica. A ruota è arrivata la risposta anche di Deutsche Bank, uno degli istituti europei che forse rischierebbe maggiormente da un’eventuale divisione. Non a caso Stephan Leithner, membro del board del colosso tedesco, ha subito messo in guardia dai rischi della separazione tra attività commerciali e d’investimento, che aumenterebbe i costi per le compagnia, e creerebbe «implicazioni negative per i nostri clienti».
Difficile dire se la Germania tornerà sui suoi passi, come ha fatto nel caso della Tobin Tax, prima opponendosi all’idea francese di una tassa sui mercati finanziari salvo poi dare il via libera all’iniziativa. Certo è che per ora la Francia va avanti da sola nel suo progetto. Questo nonostante da parte delle banche d’Oltralpe sia partita una levata di scudi. Frederic Oudea, ceo di Société Générale e presidente della Federazione bancaria francese, è stato tranchant: «È un incubo, stiamo sovraccaricando le banche con un macigno di riforme», ha detto il manager nei giorni scorsi. Il ceo di Bnp Paribas, Baudoin Prot, non è stato da meno: «Siamo abbandonati, soli». Il timore vero dei banchieri francesi è che si crei il cosiddetto uneven playing field: una disparità normativa che penalizzi gli istituti locali avvantaggiando invece quelli stranieri. Lamentele che, forse, serviranno ad attutire l’impatto della riforma in arrivo.

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