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La vera web tax al 7 giugno

La vera web tax per le multinazionali di internet potrebbe arrivare il prossimo 7 giugno. Le tasse andranno pagate nello stato dove si svolgono le attività economiche che hanno generato i redditi. Le nuove regole sulla stabile organizzazione predisposte dall’Ocse nell’ambito del progetto Beps restringono i margini di manovra per eludere il fisco del paese dove viene svolto il core business: o perché è lì che vengono negoziati i contratti con fornitori o rivenditori, o perché è lì che vengono esercitate alcune attività che, sebbene sulla carta accessorie, costituiscono in realtà una fase essenziale degli affari dell’azienda. La rivoluzione è contenuta nella Convenzione multilaterale di recepimento delle raccomandazioni Beps, che sarà firmata a Parigi il 7 giugno da circa 100 paesi (ma tra questi non ci saranno gli Stati Uniti). Lo strumento consentirà di modificare in un sol colpo oltre 3 mila convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni già esistenti, senza la necessità di ricorrere a negoziazioni one-to-one tra i singoli stati. A ben vedere in Italia sia la Guardia di finanza sia l’Agenzia delle entrate hanno già anticipato i tempi, facendo applicazione concreta di alcuni di questi principi e contestando stabili organizzazioni occulte anche ai colossi del digitale. Il recepimento delle raccomandazioni Beps nelle convenzioni, tuttavia, dovrebbe fornire una soluzione globale che superi i limiti delle nozioni tradizionali di luogo della produzione del reddito e di stabile organizzazione come luogo «fisso» d’affari . Le ragioni dell’intervento. Uno dei principali obiettivi del pacchetto Beps è rappresentato dalla necessità di assicurare un’effettiva imposizione sui profitti delle multinazionali, siano esse appartenenti al mondo industriale oppure al settore dei servizi (inclusa la web economy), allineandoli alla «sostanza» economica. A causa di normative domestiche, europee e internazionali disomogenee e non più al passo coi tempi, negli ultimi anni i gruppi internazionali hanno potuto eludere il pagamento delle tasse negli stati in cui i profitti venivano effettivamente prodotti, attraverso diversi meccanismi di erosione della base imponibile e di trasferimento degli utili in giurisdizioni a bassa (o nulla) fiscalità. Tra questi anche l’abuso della figura del commissionario e/o delle attività ausiliarie e preparatorie, finora escluse dai requisiti che configurano l’ipotesi di una stabile organizzazione. Agenti e commissionari. Sul fronte degli intermediari, l’intervento dell’Ocse è netto. Con una modifica all’articolo 5, paragrafo 5 del Modello di convenzione, infatti, viene stabilito che un’impresa non residente costituisce una stabile organizzazione ogni volta che un soggetto opera a suo favore negoziando gli elementi essenziali degli accordi commerciali. Anche se i contratti vengono poi firmati e inviati alla controparte dalla casa madre, senza modifiche sostanziali. La Convenzione prevede che la stabile organizzazione personale scatta ogni volta che l’intermediario riveste un «principal role leading» nelle trattative: per precisare meglio la definizione, alcune modifiche al Commentario al Modello Ocse identificano il ruolo decisivo in tutte le ipotesi in cui «le azioni del soggetto convincono un terzo a entrare in affari con l’impresa». Per esempio nel caso in cui l’intermediario «solleciti e riceva (senza finalizzarli formalmente) ordini che vengono inviati direttamente a un magazzino da cui i beni appartenenti all’impresa sono spediti», con la società estera che «approva abitualmente tali transazioni». Attività accessorie. L’altra significativa modifica, che impatterà in modo rilevante sulle aziende di e-commerce, riguarda la qualificazione di alcune attività come preparatorie e/o ausiliarie. La modifica recata dal Beps obbliga le imprese a considerare come tali solo quelle attività «effettivamente» di supporto al core business o comunque diverse da quelle, svolte presso la casa madre, che costituiscono una parte essenziale e significativa dell’attività dell’impresa nel suo complesso. Sul punto la Convenzione non fornisce un elenco, ma rimanda a valutazioni che dovranno essere svolte necessariamente caso per caso, a seconda del tipo di business complessivo dell’azienda. In ogni caso, le attività ausiliarie non dovrebbero richiedere l’impiego di beni e di risorse umane consistenti. Come chiarisce una modifica al Commentario, se un’impresa residente nello stato A detiene nello stato B un grande magazzino, con un elevato numero di addetti allo stoccaggio e alla spedizione di merci che vengono vendute dall’azienda online a clienti dello stato B, allora quel magazzino «costituisce un elemento essenziale della funzione di vendita/distribuzione dell’impresa e non può assumere carattere preparatorio o ausiliario». Pertanto, per la società si configura una stabile organizzazione nello stato B ed è qui che devono essere tassati i profitti sulle vendite a clienti di quel paese.

Valerio Stroppa

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