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La Ue vuole punire con sanzioni gli Stati autori di cyberattacchi

A poco più di due settimane da una clamorosa aggressione informatica dei servizi segreti militari russi in Olanda, i Ventotto hanno deciso ieri di dotare il Consiglio di un quadro giuridico che permetta ai Paesi membri di sanzionare individui e aziende responsabili di attacchi cibernetici. La decisione politica dovrà essere ora negoziata tra i Paesi membri. Questi ieri hanno anche discusso dell’uscita del Regno Unito dall’Unione. Prende quota l’idea di prolungare il periodo di transizione post-Brexit per facilitare una intesa tra Londra e Bruxelles.
«Abbiamo chiesto ai ministri di lavorare su un regime sanzionatorio specifico contro gli attacchi cibernetici», ha detto in una conferenza stampa alla fine di una due-giorni di vertice europeo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. «Questo regime dovrebbe proteggere i nostri cittadini, le nostre società e le nostre istituzioni contro qualsiasi minaccia cibernetica». Si calcola che nel 2017 gli incidenti informatici sono aumentati in Europa del 38% rispetto all’anno precedente. In alcuni Paesi membri, il 50% di tutti i crimini è di natura informatica.
La decisione riflette bene le nuove minacce moderne, che si concretizzano anche attraverso interferenze nelle elezioni politiche. Proprio di recente il Consiglio si è dotato di un quadro giuridico per sanzionare l’uso di armi chimiche. Sulle aggressioni informatiche, il dibattito in preparazione del vertice di questa settimana non è stato privo di asperità. A chiedere con forza questa misura sono stati l’Olanda, la Gran Bretagna (per via dei recenti attacchi russi) ma anche i Paesi baltici, la Finlandia, la Svezia e la Romania.
Le conclusioni parlano di dotare l’Unione di «una capacità di rispondere e scoraggiare attacchi cibernetici» con «misure restrittive». Alcuni Paesi, tra cui l’Italia, hanno rumoreggiato, prima di dare il loro benestare. Si può presumere che il governo Conte non voglia aprire d’emblée un nuovo fronte di sanzioni contro la Russia. Comunque sia, non solo il quadro giuridico deve ora essere negoziato a livello diplomatico, ma l’adozione di eventuali sanzioni richiederebbe l’unanimità dei Ventotto.
Intanto, il vertice di questa settimana ha sancito l’assenza di accordo sul fronte dei negoziati tra Londra e Bruxelles per consentire una uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione. Il nodo, come ormai noto, riguarda il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Le parti vogliono evitare il ritorno di una frontiera tra i due Paesi, per non mettere a repentaglio la stabilità politica in una isola travagliata.
La soluzione europea di un allineamento regolamentare tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda non piace, tuttavia, al governo May che teme una segmentazione del mercato inglese. Una delle possibilità sul tavolo è allungare il già previsto periodo di transizione dal 31 dicembre 2020 al 31 dicembre 2021 per trovare nel frattempo una soluzione per la frontiera irlandese attraverso un accordo di partenariato tra le parti. Sia Londra che Bruxelles hanno ammesso che la questione è sul tavolo.
Il problema è che allungare il periodo di transizione, il quale prevede la piena partecipazione del Regno Unito al mercato unico e all’unione doganale senza però permettere al Paese di sedere nelle istituzioni comunitarie, significherebbe chiedere alla Gran Bretagna di contribuire al prossimo bilancio comunitario 2021-2027. È pronta Londra a seguire questa strada? La risposta dovrebbe giungere nel prossimo mese, se è vero che a nessuno conviene una hard Brexit il 29 marzo 2019.
Il presidente Tusk non ha voluto confermare ieri il vertice straordinario previsto il 17-18 novembre, anche se si è detto pronto a convocare un summit «se e quando verranno fatti sufficienti progressi». In questa fase, non ha senso confermare un vertice. È più utile cancellarlo o piuttosto lasciarlo in sospeso per spingere il Regno Unito al compromesso. Ha riassunto il presidente francese Emmanuel Macron: «Non tocca all’Unione fare concessioni per permettere al Regno Unito di trovare un compromesso al suo interno».

Beda Romano

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