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La Ue teme l’effetto domino

BRUXELLES.
Chiuse le urne del referendum britannico, la priorità delle priorità per i leader europei è evitare che se ne aprano altre. La scommessa è riuscire a scongiurare il catastrofico effetto domino di una corsa generalizzata ai referendum, pro o contro la Ue, pro o contro questa o quella politica comunitaria, che paralizzerebbe del tutto l’Europa e che finirebbe per destabilizzare anche i governi nazionali. Lo
European Council on Foreign Relations, uno dei think-tank bruxellesi, è arrivato a contare fino a 32 possibili referendum che potrebbero essere richiesti o convocati da non meno di 45 partiti o movimenti sparsi in tutta Europa. Certo la cifra è esagerata. In molti casi si tratta solo di piccoli gruppi che agitano lo spauracchio referendario per mettere in difficoltà i rispettivi governi. Ma, dopo l’esempio britannico, dire di no a una richiesta di democrazia diretta che tocca le scelte europee è diventato più difficile e più scomodo. E qualche governo potrebbe essere tentato di strumentalizzare la minaccia referendaria e fare pressione su Bruxelles per ottenere magari il riconoscimento di uno “status” particolare, come è riuscito benissimo a fare David Cameron.
E infatti l’esempio britannico sta già facendo scuola perfino fuori dai confini europei. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non ha aspettato neppure che si chiudessero le votazioni a Londra per minacciare di indire un referendum in Turchia chiamando il popolo a decidere se continuare o meno i negoziati di adesione alla Ue. In altri Paesi, dall’Olanda alla Svezia e alla Danimarca, i movimenti populisti hanno già cominciato ad agitarsi per chiedere a loro volta la convocazione di consultazioni popolari. In Grecia e in Portogallo c’è chi vorrebbe un referendum contro l’austerity di bilancio. In Estonia e Finlandia, sul fronte opposto, si chiede una consultazione per escludere dall’euro gli indisciplinati governi del Sud. Per non contare quanti vorrebbero un referendum per bloccare gli accordi commerciali in discussione con gli Stati Uniti o, come è già successo in Olanda, per rigettare gli accordi di associazione tra la Ue e l’Ucraina. E poi, sempre a proposito di effetto domino, c’è il pericolo che polacchi o ungheresi, che hanno aperto con Bruxelles contenziosi di principio sulla legittimità democratica delle riforme che vogliono imporre nei rispettivi Paesi, comincino a battere i pugni sul tavolo come ha fatto Cameron chiedendo di non essere vincolati a questo o quel principio della Carta europea dei valori. Dopo le concessioni fatte a Londra, sarà più difficile dire loro di no.
La minaccia di un contagio referendario pone ai leader europei un ulteriore problema che aggrava la già difficile situazione in cui si trovano. Sono in molti, a cominciare dal governo italiano, a ritenere che il dopo referendum britannico imponga comunque all’Europa la necessità di una ripartenza, di una rinascita. Ma d’altra parte i fermenti populisti e anti-europei che ribollono un po’ ovunque, e che ora hanno trovato anche la bandiera referendaria di cui ammantarsi, sconsigliano di lanciarsi in una vera e propria rifondazione europea, come chiedono a gran voce i liberali e una parte dei socialisti nel Parlamento europeo.
Restare inerti dopo il voto britannico è impossibile. Ma qualsiasi mossa si decida di fare, rischia di innescare la corsa a nuovi referendum e generare nuova instabilità.
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