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La Ue smorza il patto tedesco

di Adriana Cerretelli

È stata cautamente positiva, ieri a Bruxelles, la reazione dei 17 sherpa dell'area euro alla nuova versione del patto di competitività riveduto e corretto dal presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, insieme alla Commissione europea. Cautamente positiva per la maggioranza, che si è ritrovata davanti una proposta più morbida nei modi e nei contenuti, affidata nella sua applicazione alle decisioni "volontarie" dei vari stati membri secondo i rispettivi policy mix. Con un ruolo di verifica della Commissione Ue, che rientra così nel gioco dal quale Berlino l'aveva di fatto esclusa.

Ben lontana, dunque, dalla lettera e dallo spirito dell'originario diktat tedesco che ovviamente pretendeva un codice d'azione rigido e vincolante. E che piaceva a olandesi, finlandesi e austriaci. Ma proprio per questo i negoziati si annunciano tutti i salita: difficile immaginare infatti che la Germania, che ha fatto di un credibile patto per la competitività la moneta di scambio per il suo impegno a finanziare il futuro salvataggio dei paesi in difficoltà, possa accettarne una stesura troppo edulcorata. Se non altro perché sarebbe politicamente invendibile al Bundestag, dove il fronte dei rigoristi alza forte la voce.

Il patto in salsa Barroso-Van Rompuy assomiglia forse un po' troppo al copione delle riforme targate Europa 2020, tutte ottime sulla carta ma abbandonate alla buona volontà dei governi, spesso tutta da dimostrare.

Ogni anno i leader dell'euro, insieme a quelli dell'Unione che decidessero di aderire, fisseranno obiettivi da raggiungere nei successivi 12 mesi. Sarà la Commissione a valutare i risultati. Ogni paese deciderà comunque come raggiungerli.

Nel caso dei salari, andrà «garantita la moderazione nel settore pubblico». Dovranno seguire «l'evoluzione delle produttività». Per evitare distorsioni e perdite di competitività, i costi unitari del lavoro saranno messi sotto sorveglianza e a confronto con quelli degli altri paesi. Sparito il riferimento alla soppressione dei sistemi di indicizzazione.

Sparito anche, nel caso delle pensioni, ogni indicazione sull'aumento dell'età pensionabile a 67 anni. Al suo posto, l'invito a puntare sulla «sostenibilità dei sistemi pensionistici e di previdenza sociale». I paesi in crisi dovranno prendere provvedimenti adottando riforme che «potranno includere l'allineamento dell'età pensionabile alle aspettative di vita». Anche alla luce dei fattori demografici.

Scomparso anche l'obbligo di inserire nelle varie Costituzioni un riferimento vincolante alla riduzione del debito. Resta l'obbligo di tagliarlo in caso di livelli molti elevati ma sulle modalità i paesi avranno mano libera.

Nessuna armonizzazione, infine, dell'imposizione fiscale. Nemmeno per quella societaria. In alternativa «una base imponibile comune per le imposte sulle società potrebbe essere un mezzo per garantire la coerenza dei sistemi fiscali nazionali senza armonizzare le aliquote».

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