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La Ue: sì al brevetto degli ovuli umani “Non sono embrioni”

La vittoria, per adesso, sembra tutta di Big Pharma. Perché poter brevettare, e dunque comprare, vendere e naturalmente fare ricerca sulle cellule embrionali, è la grande scommessa non solo della medicina, ma anche dell’immenso business dell’industria biotech del futuro. E parte infatti da un ricorso della multinazionale inglese “Stem Cell Corporation” la sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ieri ha stabilito un principio fondamentale e controverso insieme. Un ovulo umano «manipolato ma non fecondato», hanno affermato i giudici europei, può essere brevettato a fini commerciali e industriali, perché non si può definire come «embrione umano». Nel senso che quel tipo di ovocita, seppure stimolato in laboratorio, non si potrà mai evolvere in un individuo.
La questione è sottile, apre scenari futuribili, e c’è già chi mette in dalla compravendita di parti del corpo umano. «Il solo fatto che un ovulo umano attivato per partenogenesi inizi un processo di sviluppo — affermano i giudici — non è sufficiente per considerarlo un embrione». Dunque quel tipo di ovulo può essere messo in commercio, e soprattutto sottoposto a copyright, in modo che chi lo studierà se ne assicuri i proventi futuri. Parliamo infatti di un gamete femminile che è stato “attivato”, che ha iniziato cioè una evoluzione, seppure lontanissima, verso lo status di embrione. Per questo dunque è prezioso per la ricerca.
Carlo Flamigni, uno dei padri fondatori della medicina riproduttiva, spiega con chiarezza: «Attivare un ovulo per partenogenesi vuol dire fecondarlo in laboratorio, con diverse tecniche di stimolazione, ad esempio elettriche, o con il calore, e produrre così delle cellule embrionali. Cellule che resteranno in questo stadio, perché per formare un vero embrione ci vuole poi il seme maschile. Ma sono comunque utilissime ai fini scientifici, e per l’industria farmaceutica ». Il problema per Carlo Flamigni sta proprio qui. «Le cellule staminali sono, è vero, il futuro della medicina. Da un punto di vista bioetico il problema non c’è, perché quelle cellule non diventeranno mai uno di noi. Ma ciò che mi preoccupa è come le sfrutterà l’industria, i brevetti, il business. E questa sentenza dimostra l’incredibile forza di Big Pharma. Nessuna università — commenta Flamigni — sarebbe riuscita ad avere un parere così favorevole sull’utilizzo degli ovuli e sulla loro manipolazione ». In realtà c’è chi invece avanza dei dubbi di tipo etico, come ad esempio il presidente emerito del Comitato di Bioetica, Francesco D’Agostino. «È abnorme brevettare qualcosa che deriva dalla manipolazione del corpo umano, apre scenari terribili», sostiene lapidario D’Agostino. E Loguardia renzo D’Avack, giurista e vicepresidente dello stesso Comitato, aggiunge: «Le posizioni bioetiche resteranno lontane. È vero infatti che la Corte di giustizia parla di ovociti e non di embrioni, ma gran parte del pensiero cattolico respinge, ad esempio, anche la manipolazione sul singolo gamete».
Pure sul fronte dei ricercatori lo scetticismo è forte. Il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Tor Vergata a Roma, prefigura un incremento del «commercio illegale di embrioni». «Il problema è giuridico, non scientifico ed era stato già sollevato nel 2011», afferma Novelli, quando cioè i giudici europei avevano stabilito che la nozione di embrione «comprendeva anche gli ovuli umani non fecondati». La nuova sentenza, nata dal ricorso del colosso biotech “Stem Cell Corporation”, ribalta però il verdetto del 2011. «Ogni Stato membro potrà dettare le proprie condizioni. Ma non si considera che questi ovociti — aggiunge Novelli — da qualche parte dovranno arrivare, quindi il rischio è quello di incrementarne il commercio illegale». Novelli ricorda il caso dello scienziato sudcoreano Hwang Woo Suk, protagonista di uno scandalo perché per i suoi esperimenti aveva utilizzato ovuli delle ricercatrici del suo gruppo, dando luogo di fatto a un commercio illegale di cellule.
Mentre Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, parla di un «passo in avanti che favorirà gli investimenti nella ricerca», anche Giulio Cossu, docente di Medicina rigenerativa all’Università di Manchester, avanza nuovi dubbi. Cossu non si sofferma tanto sul rischio di commercializzazione o brevettabilità di parti corpo umano, quanto del fine di tutto questo. «La brevettabilità va intesa in riferimento ai prodotti di ricerca ottenuti, anche, con degli ovuli, non degli ovociti in sé. Tuttavia, non vedo un utilizzo pratico derivante da questo pronunciamento, considerando il fatto che gli ovuli rappresentano un materiale biologico di non facile reperimento».
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