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La Ue “sceriffo” del web Algoritmi trasparenti e multe sui contenuti

«Tutto ciò che è vietato offline deve essere vietato anche online». Brandendo questo slogan ieri a Strasburgo il Parlamento europeo ha approvato a grandissima maggioranza il Dsa, il Digital Services Act, che intende combattere più efficacemente l’odio e la disinformazione e ogni altro reato commesso su Internet. Sono stati 530 i voti a favore, su 688. La proposta di legge era assai temuta da Big Tech, i colossi del web come Google, Facebook, Amazon e Microsoft, i cui lobbisti hanno tenuto 613 incontri con gli eurodeputati.Il testo — che l’Aula ha irrobustito e sarà ora la base del trilogo, il negoziato tra Commissione, Consiglio e Parlamento — rende le piattaforme legalmente responsabili dei contenuti, rafforzando la segnalazione e la rimozione «urgente, senza indebito ritardo» di contenuti illegali come appunto i discorsi d’odio, ma anche merce contraffatta o pericolosa; dovranno anche essere più trasparenti sui loro algoritmi, quelli che raccomandano «il prossimo video», un altro prodotto da comprare o l’articolo sui social (spesso secondo un sistema che favorirebbe i contenuti estremi o polarizzanti). Nel mirino anche i dark patterns , quelle forme di manipolazione che ci spingono a dire sempre sì su siti e app, mentre saranno più protette le vittime di abusi sessuali.Il divieto delle pubblicità mirate è passato solo per i minori e per gli appartenenti a gruppi vulnerabili, ma in generale — grande novità — non si potranno usare dati sensibili a questo scopo, e gli utenti potranno più facilmente rifiutare il consenso. Le violazioni del Dsa, infine, arriveranno fino al 6% del fatturato annuo della società punita.Trasversale la soddisfazione dopo il voto. Le ong hanno salutato la restrizione della pratica invasiva della «pubblicità di sorveglianza». Mentre gli editori vedono luci e ombre. «È positivo che, dice l’emendamento 513, per cancellare un contenuto legale le piattaforme debbano rispettare la libertà di espressione e la libertà dei media, insomma lo decidono in ultima istanza i tribunali e non loro», spiega a Repubblica Ilias Konteas, direttore esecutivo di Emma- Enpa, l’associazione degli editori europei di giornali e periodici. «Ma è negativo che siano sorte nuove norme sulla protezione dei dati, quando c’è già il Gdpr. Se si ostacolano le pubblicità online si indebolisce l’autofinanziamento dei media ». Tra quanti festeggiano c’è l’eurodeputata socialdemocratica danese Christel Schaldemose, relatrice del testo: «Il Dsa può diventare il nuovo gold standard nel mondo». La Commissione europea, che lo ha proposto nel dicembre 2020, ci punta molto, come dimostrano le parole pronunciate a Strasburgo dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, ma anche quelle del commissario per il Mercato interno Thierry Breton, che mercoledì ha parlato di «passo storico verso la fine del Far West» e ha postato un tweet in cui annunciava che «c’è un nuovo sceriffo in città, il Dsa», con tanto di immagini dal film di Sergio Leone “Il buono, il brutto, il cattivo” e la musica di Ennio Morricone. Ci punta molto anche il presidente francese Emmanuel Macron, che vorrebbe chiudere il negoziato entro la fine del suo semestre europeo (e prima delle elezioni di primavera in patria, dove potrà vantare lo schiaffo ai giganti Usa del web).Ma la sfida dell’Ue a Big Tech è solo all’inizio. Va dato l’ok anche alla versione finale del Digital Markets Act, che combatte le posizioni dominanti. E qualche giorno fa Vestager ha già detto che andrà affrontata al più presto la questione posta, dal punto di vista della concorrenza, dal Metaverso di Facebook. Mark Zuckerberg è avvertito.

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