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La Ue dà ragione a Google «Limiti al diritto all’oblio»

Ieri sono successe due cose importanti: l’Europa ha dato ragione a Google, e nel momento di massima tensione fra le autorità comunitarie (e americane) e i colossi del digitale è una notizia non da poco. E abbiamo avuto una nuova conferma del fatto che Internet non è più unitaria, ma ha dei confini. Valicandoli ci si trova in contesti diversi con regole diverse.

Entrambe le conclusioni fanno capo alla stessa storica sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, secondo la quale Google e gli altri motori di ricerca non sono obbligati a nascondere i contenuti protetti dal cosiddetto diritto all’oblio anche fuori dal Vecchio Continente.

Comprensibile soddisfazione da Mountain View, che non dovrà portare altrove l’obbligo comunitario: «Abbiamo lavorato per trovare un punto di equilibrio tra il diritto di accesso all’informazione e la privacy. È positivo vedere che la Corte ha condiviso le nostre argomentazioni», ha dichiarato il senior privacy counsel di Google, Peter Fleischer.

Per Thomas Hughes dell’organizzazione per la libertà di espressione e informazione Article 19 si tratta di una «vittoria per la libertà di espressione globale».

Cosa è successo e cosa significa? Dal 2014, sempre in seguito a una decisione della Corte dell’Ue, Google deve vagliare le richieste dei cittadini europei che non vogliono che pagine contenenti informazioni su di loro considerate irrilevanti o non più attuali o aggiornate siano accessibili online con una banale ricerca.

La domanda esiste: in cinque anni sono arrivate richieste per 3 milioni e 338 mila url (gli indirizzi web delle pagine) e Google le ha accolte nel 45 per cento dei casi rendendo le pagine introvabili. Non le ha cancellate, perché non ne ha facoltà, ma le ha «deindicizzate», questo il termine tecnico. O si conosce l’indirizzo preciso o non c’è modo di trovarle.

Secondo il Garante per la privacy francese, il Cnil, Google avrebbe dovuto procedere così in tutto il mondo e non solo limitando i risultati di chi naviga dall’Europa e dalle versioni europee come google.it (quella italiana) o google.fr (quella francese).

La Corte è invece arrivata alla conclusione che «il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali» e che «l’equilibrio tra il diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, da un lato, e la libertà di informazione degli utenti di Internet, dall’altro, può variare notevolmente nel mondo».

La posizione resta sostanzialmente quella del 2014, lasciando un po’ di margine alle autorità dei singoli Stati, che possono chiedere la deindicizzazione globale in casi specifici, e dicendo ai motori di impedire agli utenti di mentire sulla posizione in cui si trovano mentre fanno le ricerche.

Ne desumiamo una mappa della Rete in cui in alcune zone il diritto all’oblio prevale sulla libertà di informazione — a proposito di fatti realmente accaduti in passato — e viceversa. E che le regole, comprese quelle imprescindibili come il Gdpr o la direttiva sul copyright, possono portare un’esperienza diversa online in base al Paese da cui si naviga.

Martina Pennisi

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