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La Ue pronta a cambiare i calcoli per la flessibilità “In Italia deficit già a zero”

In un documento della Commissione il piano per sostituire il criterio dell’output gap con quello della spesa, più favorevole al nostro Paese

Si profila una boccata d’ossigeno per la politica di bilancio dell’Italia. La decisione dell’Ecofin di aprire il dossier sul Patto di stabilità, annunciata sabato scorso dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ad Amsterdam, e commentata positivamente dal nostro ministro dell’Economia Padoan, apre la strada ad una più favorevole valutazione del nostro deficit che, con le nuove regole, sarebbe già in linea. Le nuove norme, oggetto di due documenti, uno della presidenza olandese e uno della Commissione, non saranno probabilmente approvate prima di maggio, quando ci sarà il giudizio definitivo sulla flessibilità per l’Italia, ma la “svolta” influenzerà sicuramente la decisione. Cartucce in più per il bilancio e per l’eventuale percorso di riduzione delle tasse che farà conto anche su 1-2 miliardi della voluntary-bis.
I due documenti prevedono di accantonare l’attuale meccanismo che determina l’entità dello sconto sul deficit, dovuto alla congiuntura negativa, passando per il cosiddetto «output gap», cioè la differenza tra crescita potenziale e crescita effettiva. Il punto dolente è come si calcola la crescita potenziale: l’Italia ha sempre contestato le metodologie Ue e, nelle settimane scorse, Padoan ha promosso una lettera formale, insieme a sette ministri del Tesoro europei, per chiedere una modifica delle procedure. Il Pil potenziale è «fonte di molti errori», ha ripetuto sabato il nostro ministro del Tesoro e Roma ha più volte spiegato che la nostra crescita potenziale viene sistematicamente sottovalutata a causa di una serie di rigidità che vengono attribuite all’economia italiana: con i metodi Ocse e Fmi, spiega il Def, avremmo raggiunto il pareggio di bilancio già nel 2015.
Ora, a sorpresa, Commissione e presidenza olandese si sono convinte che è giunto il momento di mandare in soffitta il vecchio e contestato indicatore del deficit strutturale che potrà essere sostituito con la cosiddetta «regola della spesa» più «semplice, prevedibile e flessibile». La regola già esiste e contribuisce al giudizio complessivo sui conti: prevede di calcolare «oggettivamente » la crescita della spesa al netto di interessi, fondi Ue, spese per gli ammortizzatori sociali e per interessi, dunque spesa pura al netto delle occorrenze per la congiuntura. Il Def 2016, già accenna una proiezione: se ne deduce che, se fosse applicata, l’indicatore della spesa crescerebbe dello 0,5 nel 2016 (contro un tetto- limite dello 0,6), mentre nel 2017 ci sarebbe una diminuzione – secondo il Def – dell’1,3 per cento, perfettamente entro il benchmark previsto. Giudizio condiviso dall’Upb che, nell’audizione sul Def dei giorni scorsi, ha spiegato che la regola della spesa «appare più favorevole rispetto a quella del percorso di avvicinamento» all’obiettivo di medio termine che fa perno sul disavanzo strutturale. Un percorso che invece prevede un taglio del deficit strutturale di 0,5 punti all’anno ed è costantemente appeso alla approvazione delle clausole di flessibilità.

Roberto Petrini

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