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La Ue: intesa solo se scendono debito e deficit strutturale

La Commissione europea sta aspettando a piè fermo la bozza di bilancio che il governo italiano deve trasmetterle entro metà ottobre. L’esecutivo comunitario non ha alcuna intenzione di commentare l’accesa discussione di questi giorni a Roma, ma in queste settimane ha fatto ben capire quale sia il perimetro entro il quale si muove. In tempi di crescita economica, l’Italia deve adottare nel 2019 una riduzione, fosse anche minima, del deficit strutturale e del debito pubblico.
Lo sguardo di Bruxelles non è concentrato sull’evoluzione del deficit nominale, come invece sembra essere quello di molti esponenti politici del governo Conte. Come ha spiegato il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici al Sole/24 Ore il 31 agosto, l’esecutivo comunitario vuole il rispetto delle regole del Patto di Stabilità e queste richiedono una riduzione del deficit strutturale dello 0,6% del Pil, riducibile allo 0,1%, e un conseguente calo del debito statale. Entrambi i parametri devono scendere.
Quadrare il cerchio per il governo Conte è quindi difficile: a un certo punto un deficit nominale più alto è inevitabilmente incompatibile con un calo del deficit strutturale e del debito pubblico, tanto più in un momento di crescita in frenata. Mentre il Movimento Cinque Stelle vuole offrire un bilancio espansivo al proprio elettorato, la Lega si vuole più cauta, ma al tempo stesso è chiaramente attirata dall’idea di rimettere in discussione le regole di bilancio, dimostrando la propria influenza anche a Bruxelles.
Non è chiaro se vi siano margini di manovra con la Commissione. L’ipotesi discussa finora prevede che solo le spese sostenute per via del crollo del ponte Morandi a Genova possano essere ritenute una tantum. È possibile che Bruxelles apra la porta a ulteriori margini di manovra ritenendo una tantum anche i costi di generale manutenzione dei ponti italiani? I più speranzosi ricordano che la Commissione fu particolarmente generosa in occasione del terremoto del 2016.
In varie circostanze, esponenti comunitari hanno sostenuto che gli investitori rischiano di fare pagare il costo di una politica espansiva. Non necessariamente con sbalzi di volatilità o un crollo finanziario, ma semplicemente con un aumento dei rendimenti legato a un incremento del disavanzo. Rendimenti obbligazionari più elevati si rifletterebbero anche in tassi d’interesse più elevati nei finanziamenti al settore bancario. In buona sostanza, il costo del denaro diventerebbe più caro.
Nel recente passato, l’esecutivo comunitario ha trovato compromessi con l’Italia. Il problema è che a qualche mese dal prossimo voto europeo non vorrà mostrarsi troppo accomodante con Roma per paura di rafforzare indirettamente i partiti più estremisti e rigorosi nel Nord Europa. C’è di più: è anche sensibile a non minare la sua credibilità sui mercati finanziari. Chi cita il caso francese, dovrebbe ricordare che il previsto balzo del disavanzo in Francia nel 2019 è provocato da una concomitanza di una tantum.

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