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La Ue in difesa del diritto d’autore «Le piattaforme web paghino»

È un fatto che la riforma europea in difesa del copyright online sia stata approvata ieri dalla commissione giuridica dell’Europarlamento con una maggioranza non plebiscitaria (14 voti a favore contro 9). Ma non chiamiamola link tax, una tassa sui link, come è stata furbamente battezzata da chi non la vorrebbe. La questione è molto più complessa proprio perché riguarda il diritto ad essere informati, quello di cronaca e anche, in maniera più ampia, la democrazia. Nessuno vuole tassare i link che potranno continuare ad essere condivisi liberamente: per restare in tema di informazione sul web se qualcuno scrive questo sta divulgando una fake news. L’articolo 11 della legge che, ricordiamolo, parte nel 2015 dalla Commissione Ue, è quello più discusso insieme all’articolo 13. Il primo introduce l’obbligo da parte delle piattaforme come Google e Microsoft (proprio ieri è stato lanciato il servizio di Microsoft News) di pagare per l’utilizzo non dei link ma delle notizie, anche sotto forma di snippet, l’anteprima formata da titolo, sommario e immagini che i motori di ricerca catturano automaticamente formando dei «propri» giornali. Purtroppo la disabitudine alla lettura degli articoli e la velocità della circolazione online delle informazioni tende a soddisfare con questi pochi elementi molti lettori. Lo sanno bene le piattaforme online. Eppure anche fare correttamente queste sintesi è un lavoro che richiede professionalità (le famose «5 W» inglesi: chi, cosa, perché, dove e quando). Insomma, si tratta di pagare il lavoro. Senza il rispetto del diritto d’autore il rischio è che la percentuale di fake news già diffuse come un virus in Rete aumenti, perché si mina il modello di business dei giornali (che non vivono di fondi pubblici: i principali quotidiani nazionali non ricevono soldi dallo Stato). «La riforma avrebbe potuto essere fatta meglio, in accordo con tutti gli stakeholder e gli Internet provider — sottolinea uno dei padri del diritto all’oblio, il filosofo Luciano Floridi che insegna all’Università di Oxford — ma in questo caso mi pare che l’istanza di fondo non sia sbagliata. Il problema dell’informazione online esiste. Inoltre c’è una risposta per chi fa notare che la Spagna e la Germania hanno già provato a introdurre il pagamento per l’uso degli articoli e che Google semplicemente ha lascia-to questi mercati. Questo non è un buon argomento: la difesa del copyright non funziona a livello nazionale perché ci troviamo di fronte a dei giganti».

Più intricata è la questione dell’articolo 13 che riguarda anche gli utenti che caricano contenuti protetti su piattaforme come YouTube. In questo caso la riforma introduce l’obbligo per il provider di adottare filtri per bloccare l’operazione. In effetti questo punto può essere migliorato in quanto non si parla di aziende come nel caso dell’Art. 11 ma di utenti. E, in ogni caso, un filtro anche algoritmico non saprebbe distinguere tra, per esempio, un video di sana satira e una pura diffusione di contenuti protetti. Il percorso non è ancora concluso — manca il voto in plenaria del 2 luglio che generalmente rispetta l’indicazione della commissione e il passaggio in Consiglio europeo — e questo lascia presagire altre code polemiche. E scontri.

Massimo Sideri

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