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La Ue contesta l’Italia sui crediti Iva

La Commissione europea dovrebbe decidere domani l’apertura di una procedura d’infrazione ai danni dell’Italia sull’annosa questione dei rimborsi dei crediti Iva alle imprese. La decisione giunge dopo che all’inizio dell’anno l’Esecutivo comunitario ha insistito con il Governo italiano perché si adoperi a pagare rapidamente le fatture arretrate della pubblica amministrazione a favore delle società fornitrici dello Stato.
Secondo le informazioni circolate ieri a Bruxelles, il collegio dei commissari approverà domani una lettera di messa in mora – la prima fase di una procedura di infrazione che ne prevede tre – che si basa su tre contestazioni.
La prima riguarda i tempi molto lunghi con i quali l’amministrazione fiscale italiana effettua il rimborso dei crediti legati all’Iva. La media è di due anni e in alcuni casi addirittura ci sono rinvii sine die, in violazione di una direttiva del 2006.
La seconda contestazione è legata al fatto che la legge italiana prevede l’obbligo del rimborso del credito Iva entro quattro anni. Il termine può essere ridotto se il creditore mette a disposizione dell’amministrazione fiscale una cauzione pari all’ammontare del credito (nel caso in cui la stima del credito si dimostri erronea). Non solo la Commissione ritiene che il periodo di quattro anni sia eccessivo; è anche convinta che la cauzione ponga un onere finanziario eccessivo sulle spalle del creditore.
Infine, e questa è la terza contestazione, la legislazione italiana stabilisce che per gli importi superiori a 5.164,57 euro il contribuente possa essere esonerato dal presentare una cauzione, dimostrando tuttavia di essere un contribuente virtuoso. Tra le condizioni, il fatto che il contribuente abbia almeno cinque anni di attività. È una misura che evidentemente penalizza le start-up, proprio in un momento in cui l’Europa cerca di favorire l’imprenditorialità.
Da tempo, ormai, l’Esecutivo comunitario sta tentando di aiutare l’economia con un occhio di riguardo alle imprese. La lettera di mora, che giunge dopo una serie di contatti con il Governo italiano durati un anno, dovrà essere seguita da una risposta da Roma nel giro di 60 giorni. In mancanza di risposta convincente, la Commissione può decidere l’invio di un parere motivato, seguito in ultima analisi da un ricorso davanti alla Corte europea di Giustizia.
Sulle ultime due contestazioni, le contromosse passano da una revisione delle regole, che però devono essere naturalmente anche attuate. Su quest’ultimo piano, che intreccia la prima obiezione, l’amministrazione finanziaria italiana in realtà si è già mossa, con una serie di accelerazioni che hanno accompagnato i provvedimenti sblocca-debiti (sempre di crediti delle imprese si tratta, infatti) e che hanno velocizzato la macchina dei rimborsi.
Nei primi otto mesi dell’anno sono stati versati a 33mila imprese 7,7 miliardi, con l’obiettivo di arrivare a fine anno a quota 11 miliardi contro i 6,9 miliardi del 2012 e i 5,9 dell’anno prima. In gran parte, però, sono rimborsi relativi al 2011 (la quota 2012 è intorno al 30%, e dovrebbe arrivare all’85% nel 2014), e seguono quindi proprio la tempistica che la Ue contesta.

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