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La Ue alla May: sostegno politico ma senza impegni concreti

I Ventisette si sono detti pronti ieri ad aiutare la premier Theresa May a ottenere la necessaria maggioranza parlamentare per evitare un’uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo prossimo, ma non a qualunque prezzo. Sì a una possibile dichiarazione politica. No a un nuovo impegno giuridico. La partita tra Londra e Bruxelles si gioca sul filo di lana. La speranza di entrambi è che messi le spalle all’approssimarsi della scadenza i parlamentari britannici approvino l’accordo di recesso raggiunto in novembre.
In una due-giorni di vertice europeo ieri qui a Bruxelles, pressoché tutti i capi di Stato e di governo hanno ribadito che l’intesa di divorzio di quasi 600 pagine non possa essere rinegoziata. È stata raggiunta dopo un anno e mezzo di sofferte trattative e secondo le parole di numerosi dirigenti è «il miglior accordo possibile». Ha commentato il presidente francese Emmanuel Macron: «Possiamo avere una discussione politica, ma il quadro giuridico è stato negoziato e non ha vocazione a cambiare».
Ha aggiunto la cancelliera tedesca Angela Merkel: «Vogliamo avere relazioni buone con la Gran Bretagna», ma «non vogliamo rimettere in discussione i nostri principi». Un voto a Westminster doveva tenersi l’11 dicembre scorso, ma la signora May ha deciso di rinviare la votazione. Nel frattempo mercoledì la premier ha incassato l’appoggio dei deputati conservatori in un voto che ha provocato nei Ventisette un sospiro di sollievo. Una sconfitta avrebbe creato ancor più incertezza nella politica inglese.
Arrivando ieri qui a Bruxelles per partecipare alla prima giornata del summit, la stessa signora May ha confermato che il suo governo chiede rassicurazioni sul fatto che la soluzione-ponte per evitare il ritorno di un confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord non venga mai utilizzata. Il paracadute prevede che nel caso il Regno Unito entri a far parte temporaneamente dell’unione doganale, una soluzione che non piace a brexiteers più pugnaci.
Diplomatici qui a Bruxelles hanno iniziato a mettere nero su bianco una possibile dichiarazione con cui confermare che la soluzione-ponte sarebbe usata solo nei casi di emergenza, ultima ratio nel caso il 31 dicembre 2020, quando verrà a scadere il periodo di transizione, non sia stato concluso un accordo di partenariato che risolva anche la questione irlandese. «Aggiungere un allegato è nelle abitudini della vita comunitaria, ma i diplomatici non amano questa soluzione, per paura a lungo andare di creare nuovi dubbi e di offrire nuove sponde per eventualmente riaprire i termini dell’intesa», notava ieri uno di loro.
Più in generale, l’impressione è che la premier britannica voglia temporeggiare, in modo da porre i parlamentari britannici le spalle contro il muro e costringerli ad approvare l’accordo di recesso pur di evitare il 29 marzo un hard Brexit, che nessuno vuole. Nel frattempo, seguendo le linee-guida pubblicate in novembre dalla Commissione europea, I Ventisette si preparano a una eventuale uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione.
Sempre ieri i Ventotto hanno anche rinnovato per altri sei mesi le sanzioni economiche alla Russia per il suo coinvolgimento nella guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte del governo russo. Il recente scontro tra Mosca e Kiev nel Mar d’Azov aveva indotto alcuni governi a chiedere un inasprimento delle misure sanzionatorie, ma nessuno dei grandi Paesi dell’Unione ha voluto seguire questa strada, nel desiderio di evitare forme pericolose di escalation.

Carlo Marroni
Beda Romano

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