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La Ue a 26 teme i tranelli delle deroghe

di Riccardo Sorrentino

L'Italia lo sa bene. Quando partiti e governi usano le spese pubbliche per farsi rieleggere, accade che il debito si gonfia e il Paese insegue politiche economiche prive di senso. Se si aggiunge che nel nostro Paese, dal '92 in poi, nessuna maggioranza è mai stata rieletta, si disegna la cronaca della sconfitta di un'intera nazione, che ora deve rimborsare i soldi avuti in prestito.
Le nuove regole che i Paesi europei si sono impegnati a varare nella notte tra giovedì e venerdì hanno proprio questa funzione: avere una politica più rigorosa, meno tentata di compiacere gli elettori prima del voto. Da questo punto di vista, un po' astratto, la valutazione del nuovo compact è semplice.
Il punto è però un altro: funzioneranno? Perché le nuove regole sono facili da scrivere, un po' più difficili da applicare. L'intesa prevede che, una volta approvate le riforme, in ogni Paese il deficit pubblico strutturale non superi lo 0,5% del Pil, con meccanismi automatici di correzione. La parola chiave, qui, è «strutturale»: vengono infatti sottratti gli effetti automatici del ciclo economico. In recessione, molte entrate fiscali si riducono – si pensi alle imposte sul reddito o all'Iva – mentre alcune spese – come i sussidi di disoccupazione – aumentano. Calcolare questo effetto non è per nulla semplice, ma quello che conta, per plasmare le aspettative di famiglie e investitori ed evitare le tensioni sui mercati (e sui prezzi), è avere comunque un sistema di contenimento il meno arbitrario possibile.
In ogni caso, il pareggio di bilancio è un vincolo forte. Impone al governo, in caso di crisi, di ridurre le uscite o aumentare le tasse e – in un mondo ideale – di ristrutturare le spese in modo da renderle ottimali azzerando sprechi e trasferimenti inutili per concentrarsi sulle cose più utili: i sussidi di disoccupazione per i più sfortunati, gli acquisti mirati di beni e servizi, la scuola, la sanità. Negli Usa i singoli Stati usano spesso costituire "tesoretti" nei tempi felici a cui attingere per finanziare interventi straordinari durante le recessioni. In un sistema come questo è comunque la politica monetaria a sostenere la crescita (e questo è l'anello ancora mancante di Eurolandia).
Reggerà questo sistema in un mondo non-ideale, quello in cui – per esempio – un Paese come la Grecia può mentire ripetutamente sullo stato delle sue finanze? Le manipolazioni sono sempre possibili e i sistemi giuridici le rendono solo più difficili: nel 2005, il cancelliere dello scacchiere britannico Gordon Brown fu, per esempio, accusato di aver alterato le regole per (ri)definire il deficit strutturale allora vincolante, in modo da ottenere qualche risorsa in più. Dopo la recente grande crisi, poi, quelle norme sono state di fatto sospese.
Attenuare i vincoli è poi sempre possibile: anche nella complessa norma della Costituzione tedesca, che già impone (con un periodo transitorio) il pareggio di bilancio, è prevista la possibilità di approvare deroghe – con la maggioranza assoluta del Bundestag – in situazioni di grave emergenza. È un punto, questo, in cui occorre ben calibrare l'equilibrio tra le diverse norme.
Nel sistema europeo c'è comunque un meccanismo di controllo reciproco, che venerdì è stato rafforzato. Scatta in ogni caso in cui il deficit – strutturale o non strutturale, non ha importanza – supera il tetto del 3% previsto dal trattato di Maastricht; e prevede sanzioni automatiche «a meno che la maggioranza qualificata degli Stati membri sia contraria»: anche in questo caso la clausola serve a concedere un po' di flessibilità in caso di emergenza, rendendo le deroghe difficili e visibili, ma è evidente il rischio che venga aggirata.
Troppa sfiducia? No, a giudicare dalla storia (recente) di Eurolandia. Il trattato di Maastricht un tempo sembrava rigido e anche efficace – il limite del 3%, insieme a una crescita sufficiente, era in grado di portare i debiti di tutti i Paesi al 60% del Pil – è stato ammorbidito non appena due grandi, Francia e Germania, si sono ritrovati inadempienti. Il colpo alla credibilità di Parigi e Berlino – come ha notato il neo-premio Nobel, Tom Sargent – è stato fortissimo; e oggi lo paghiamo tutti sui mercati. Nella definizione dei dettagli della riforma sarà fondamentale tener conto di questa ferita.
Resta, poi, un'ambiguità di fondo, esistente fin dall'inizio della creazione dell'eurozona, e sottolineata spesso da John Cochrane dell'Università di Chicago. Non c'è coerenza tra i poteri dell'Unione sui bilanci dei singoli stati membri e l'assenza di loro responsabilità, il divieto di salvataggi attraverso il bilancio comunitario sancito dai trattati (a parte la creazione di veicoli speciali come l'Efsf, il fondo… salva-Stati). Gli investitori, non a caso, hanno a lungo considerato puramente "formale" la clausola di no-bailout, e hanno trattato come "uguali", sul piano dei rischi, i bond dei Paesi membri, azzerando la disciplina dei mercati. Salvo risvegliarsi di sorpresa nel momento delle difficoltà fiscali.
Cochrane – pur essendo conservatore e liberista – pensa che sia sbagliato definire regole comuni come il tetto del 3% (o anche quella del pareggio di bilancio), pensando che sia meglio affidarsi alla disciplina dei mercati. La strada scelta, da tempo, è stata un'altra; ma l'ambiguità va però risolta una volta per tutte.

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